19° Catechesi

 

Il dono di sé

Che forza racchiude questo dono . ..

Non può mancare di attirare l'Onnipotente

a essere una cosa sola con la

nostra pochezza

Abbiamo visto in questo secondo blocco la malizia del peccato mortale; la pericolosità del peccato veniale e della tiepidezza e abbiamo anche avvertito il disordine interiore nelle nostre opere, anche in quelle buone, a causa della ferita del peccato originale.

 

Avevamo però contemplato nel primo blocco quanto sia necessario glorificare Dio, contemplare la sua Bontà e Misericordia verso di noi…

 

In questo contesto, la conclusione è abbastanza evidente: dobbiamo donarci interamente a Dio, vivere solo per la sua Gloria, attraverso il rinnegamento di noi stessi donando al Signore tutto quanto siamo e possediamo.

 

Seguiremo fondamentalmente una parte del libro di P. Eugenio di Gesù Bambino “Voglio vedere Dio”[1]. L’autore, in uno studio veramente profondo, segue ordinatamente tutti i temi della spiritualità carmelitana, particolarmente di Santa Teresa di Gesù.

In questo caso, parlando del dono di noi stessi a Dio, ci ha gradevolmente sorpreso trovare le stesse caratteristiche del dono di sé stessi alla Madonna, proposto da San Luigi Maria Grignon di Montfort.

 

D’ora in poi, dunque, seguiamo fondamentalmente il testo di “Voglio vedere Dio” con qualche nota personale e forse togliendo o parafrasando quello che non è per il nostro scopo di consacrazione mariana. Aggiungeremo anche espressioni del TVD e anche delle acute osservazioni di P. Hupperts.

 

Il dono di sé

Necessità e preminenza del dono di sé per poter ricevere i doni di Dio in noi.

 

Questo tema comporta un passaggio fondamentale della nostra Consacrazione in materna schiavitù d’amore. Diciamo che è il tema decisivo secondo il quale la nostra consacrazione coglierà i frutti o meno. E’ il momento di creare in noi la disposizione interiore alla generosità verso la Madonna, ad una donazione attiva, consegna piena e gioiosa.

 

La Madonna ci aiuti…

 

 San Luigi Maria Grignon di Monfort trattava in termini chiari come tutto si trovi in questa donazione totale a Gesù per mezzo della donazione totale a Maria: «Questa devozione consiste, dunque, nel darsi interamente alla santissima Vergine allo scopo di essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo.» [TVD 121], e nel Segreto userà la stessa espressione: «Essa consiste nel darsi interamente, come schiavo, a Maria e, per mezzo di Maria, a Gesù» (SM 28).

 

Anche la spiritualità di Santa Teresa, secondo P. Eugenio di Gesù Bambino, si riassume nella realizzazione perfetta del dono di sé. Scrive la Santa:

 

Tutti i consigli che vi ho dato in questo libro hanno lo scopo di indurvi a consacrarvi totalmente al Creatore, a porre la vostra volontà nella sua e a distaccarvi dalle creature ... Infatti, per mezzo di essa ci disponiamo ad arrivare rapidamente al termine del cammino e a bere l'acqua viva di quella fonte di cui ho parlato. Se, invece, non rimettiamo completamente la nostra volontà in quella del Signore perché operi in tutto ciò che ci riguarda conformemente alla sua volontà, non ci lascerà mai bere l'acqua di tale fonte.

 

Dare interamente tutto quanto siamo e possediamo a Dio e abbandonarci completamente in Lui, realizza la donazione di Lui a noi e dei suoi doni più alti di grazia, doni che si manifesteranno nella vita di preghiera. Scrive ancora Santa Teresa:

 

Quando, invece, non ci diamo a sua Maestà così generosamente come egli si dà a noi, farà già molto lasciandoci l'orazione mentale e visitandoci di quando in quando, come servi della sua vigna. Gli altri, invece, sono figli diletti.

 

Ma, osserva ancora la santa, ci sono molte reticenze e lentezze nella realizzazione di questo dono di sé.

 

Siamo così lenti nel darci totalmente a Dio che non giungiamo mai a disporci convenientemente a riceverlo [il vero amore] ... Ci sembra di dar tutto, e in realtà offriamo a Dio la rendita, i frutti, e ci tratteniamo la proprietà e il capitale.

 

Questa è la verità pratica che esige la nostra attenzione e le nostre riflessioni:

 

Pertanto, poiché non riusciamo a darci totalmente a Dio è che l'elargizione di questo tesoro non è totale.

 

Gli stessi concetti e conseguenze troviamo dappertutto in San Luigi Maria: questa necessità di donare tutto quanto siamo e abbiamo a Maria permette anche a noi di ricevere la sua persona, i suoi meriti e le sue virtù.

 

Vedendo il dono di chi si offre tutto a lei per onorarla e servirla e si spoglia di quanto ha di più caro perché lei ne sia ornata, Maria - questa Madre di dolcezza e di misericordia, che non si lascia mai vincere in amore e generosità - risponde con il dono ineffabile di tutta se stessa. Sommerge colui che a lei si dona nell'abisso delle sue grazie, l'adorna dei suoi meriti, lo sostiene con la sua potenza, lo rischiara con la sua luce, l'accende del suo amore, gli comunica le sue virtù: umiltà, fede, purezza, ecc. e si costituisce sua garanzia, suo supplemento, suo tutto presso Gesù [TVD 144].

 

Così, riprende P. Eugenio di Gesù Bambino, sono queste affermazioni chiare e forti, ma ancora troppo generiche. Non bastano per chiarire un argomento in cui può molto facilmente inserirsi l'illusione; Sarà necessario trattare alcuni punti:

  1. Necessità del dono di sé.

  2. Caratteristiche del dono di sé.

  3. La relazione tra il dono di sé al Signore, attraverso il dono di sé a Maria.

 

1.   Necessità del dono di sé

È santa Teresa che indica il primo e fondamentale motivo che rende il dono di sé una necessità.

 

Egli [il Signore] non vuoi forzare la nostra volontà, prende ciò che gli diamo, ma non si dà interamente a noi finché noi non ci diamo interamente a lui. Questo è fuor di dubbio e, essendo di grande importanza, ve lo ripeto continuamente: il Signore non agisce nell' anima se non quando, del tutto sgombra di ostacoli, è tutta sua; diversamente, non so come potrebbe agire, amante com'è dell’ordine.

 

Padrone assoluto di tutte le cose come creatore, Dio potrebbe usare i suoi diritti per costringere le creature a realizzare la sua volontà. Ma all'uomo, dotato d'intelligenza e di volontà libera, Dio manifesta la sua volontà per mezzo della legge morale, che si rivolge all'intelligenza ma rispetta la libertà.

“Egli non vuole forzare la nostra volontà”, sottolinea santa Teresa. Piuttosto che costringerla, preferisce affrontare il rischio di un fallimento parziale dei suoi disegni e dover modificarne l'ordine, come accadde dopo la rivolta degli angeli e la caduta dell'uomo.

 

Mentre l'uomo tiranneggia a volte il suo simile, Dio, nostro sovrano padrone, esalta il valore e la potenza della nostra natura dandoci la capacità di sceglierLo. Il ruolo che Egli lascia alle nostre azioni nei suoi disegni è così importante che restiamo sconcertati quando lo scopriamo in noi. La cooperazione libera dell'uomo sarà, infatti, una condizione necessaria per la realizzazione degli eterni decreti della Misericordia divina e per la sua elevazione. Vediamo quanto sia vero questo secondo un esempio.

 

Gli effetti del “sì” di Maria.

Prima di realizzare l’incarnazione del suo Verbo, Dio vuole assicurarsi il consenso di colei che ha scelto come cooperatrice. Invia l'arcangelo Gabriele a proporle la missione prevista per lei. I suoi progetti si realizzeranno solo con il suo consenso. Il Cielo ascolta e aspetta, sospeso sulle labbra della Vergine. E trasale di gioia raccogliendo il fiat (“sia fatto”) di Maria. Ella sarà ormai, Madre di Cristo, e anche Madre ovunque Dio sarà Padre nei suoi rapporti con gli uomini.

Nello stesso modo, per unirsi perfettamente alle anime, Dio richiederà da ciascuna il suo consenso personale e la sua cooperazione attiva. La sua grazia è preveniente (Dio è la causa di essa), certo, ma non compie la sua opera e non sboccia in noi con tutta la sua fecondità se non con il nostro beneplacito. Perciò se l’atto della nostra volontà è debole, non è pieno, Lui è impedito per agire nella nostra anima. Un primo consenso, un primo dono anche totale, non gli basta, poiché la nostra libera volontà è un bene inalienabile. Dopo averla consegnata, teniamo ancora la nostra libertà e ne facciamo uso.

 

[Dio] prende ciò che gli diamo, ma non si dà interamente a noi finché non ci diamo interamente a lui.

 

Così santa Teresa enuncia questa legge della vita spirituale: Dio ci invade nella misura in cui noi ci abbandoniamo a lui. L'unione perfetta con Lui esige, come prima condizione, il dono totale di sé.

 

Non dobbiamo però “drammatizzare”. La forza della volontà è così grande che a volte basta un piccolo gesto per appartenere interamente a Maria. Così lo spiega San Luigi: «Bisogna perdersi e abbandonarsi in lei, come una pietra che si getta nel mare. Ciò si fa semplicemente e in un istante con una sola occhiata dello spirito e un lieve movimento della volontà, o anche con una breve frase, per esempio: “Rinuncio a me e mi dono a te, mia cara Madre”» (TVD 259).

 

Il dono di sé è un bisogno dell'amore e il suo atto più perfetto.

P. Eugenio di Gesù Bambino tratterà un tema di fondamentale importanza nel Trattato della Vera Devozione: Il dono di sé come atto di carità perfetta. Lo troveremo dappertutto in San Luigi Maria e anche nelle acute osservazioni di P. Hupperts.

 

Iniziamo considerando ciò che scrive il religioso carmelitano:

L'amore tende a questa perdita di se stesso in colui che ama; vi trova la sua soddisfazione e la sua pienezza.

La carità che è in noi trova la sua pienezza e la sua perfezione quando, avendo conquistato tutto in noi, può riportare tutto in Dio rivolgendoci in ogni cosa come figli verso il Padre. Questo dono completo è l'atto più perfetto di amore che si possa fare.

 

Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato (Lc 7,47).

Essendo un atto di amore, il dono totale di sé ottiene il perdono di ogni peccato: La purificazione totale che la teologia, con san Tommaso, dichiara collegata alla professione perpetua del religioso, non è un privilegio, una specie d'indulgenza plenaria di cui sarebbe favorito questo atto così importante. Il perdono di tutti i peccati è l'effetto normale di questa carità perfetta, che copre la moltitudine dei peccati e che ispira quella consacrazione radicale e solenne che è la professione perpetua. Ogni dono totale, fatto con lo stesso fervore d'amore, purifica l'anima nello stesso modo.

Qualche volta, siamo tentati di cercare tra le formule più poetiche o nei sentimenti più delicati l'espressione dell'amore perfetto; è il dono di noi stessi, totale e sincero, che ci offre questa espressione, la più semplice e la più elevata.

 

Nell’applicarlo alla devozione per Maria Santissima che non è amarla per utilità, ma perché è amabile e merita il nostro amore, sentiamo le acute precisazioni di P. Hupperts:

 

La terza qualità che si richiede per l’essenza stessa della nostra perfetta Consacrazione a Gesù per Maria è che sia fatta per puro e perfetto amore verso Dio e la sua Madre Santissima.

(…) Non si può dubitare che la nostra consacrazione totale sia uno degli atti più ricchi di carità perfetta verso Dio e Nostra Signora.

Osserva giustamente S. Tommaso: “Il motivo che ci spinge a darci gratuitamente è l’amore; quando diamo qualcosa a qualcuno gratuitamente lo facciamo perché vogliamo un bene per lui. La prima cosa, dunque, che diamo è l’amore: e così, l’amore è il primo dono, grazie al quale verranno tutti gli altri doni[2].(…)

La donazione gratuita procede, dunque, dall’amore, e non può procedere se non da un amore vero e disinteressato.

Orbene, per la nostra perfetta consacrazione, facciamo la donazione più completa e disinteressata di tutto quanto siamo e di quanto abbiamo. Pertanto, è assolutamente evidente che questa donazione è una delle manifestazioni più elevate dell’amore perfetto verso Dio e la sua Santissima Madre: “Amare perfettamente è darsi, è consegnarsi… l’amore, quando è perfetto, consegna completamente l’amante all’amato. E’ l’atto distintivo ed esclusivo dell’amore giacché solo esso lo può produrre; è anche il suo atto capitale e decisivo: non può produrne un altro maggiore.

 

Con queste premesse, P. Hupperts conclude con alcune caratteristiche della donazione completa a Maria proposte nel Trattato della vera devozione:

      

1º La nostra perfetta consacrazione è un atto elevatissimo di carità perfetta verso Dio e la nostra divina Madre.

2° Ogni rinnovo della nostra Consacrazione è ugualmente un atto di perfetto e puro amore verso di Loro.

3° Ogni esercizio della vita mariana, realizzato in questo spirito, riveste il valore di un atto di carità perfetta.

 

Questo pensiero contribuirà non poco a farci stimare, nel suo giusto valore, la nostra magnifica Devozione, e a farcela praticare e vivere fedelmente.

 

Gesù compie, con il suo sacrificio e dono di sé al Padre, l’atto di amore più grande:

 

Entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato». Allora ho detto: «Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,5-7).

 

Il Cristo, con questo primo gesto della sua umanità, si offre totalmente al Padre. Questo dono di sé è un'adesione d'amore al disegno di Dio che l'ha creato per il sacrificio. Con l'offerta incomincia il sacrificio del Calvario e da questo momento, Gesù è sacerdote e vittima, si attua la redenzione.

Tale offerta, però, non è un atto isolato ma una disposizione fondamentale e costante dell'anima del Cristo Gesù e così attuale come l'unione alla volontà divina, che regola tutti i suoi gesti. In quest'offerta continua di sé Gesù trova il suo cibo. Lo dice egli stesso agli apostoli che lo invitano con insistenza perché mangi dopo il suo incontro con la Samaritana:

 

Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete ... Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (Gv 4, 32. 34).

 

L'offerta è decisa e totale; la realizzazione della volontà di Dio è perfetta. Gesù, dunque, si lascia portare dalla volontà divina; va da sé stesso dove essa lo conduce, qui e là, a quell'ora e secondo i modi che essa ha fissato: al deserto, al Tabor, alla Cena, al Getsemani e al Calvario. Nemmeno uno jota deve essere trascurato di ciò che essa ha stabilito.

Compiuta l'opera, vuole constatare Lui stesso che è davvero così. Dall' alto della croce getta lo sguardo sul rotolo dei decreti divini dove Dio, per mano dei profeti, ha fissato il dettaglio dei gesti del suo Cristo. Sì, tutto è stato realizzato. Gesù lo constata e lo fa notare:

 

E dopo aver ricevuto l'aceto disse: «Tutto è compiuto» e, chinato il capo, spirò (Gv 19,30).

 

Questo dono di sé, che rende perfetta l'obbedienza del Cristo Gesù, opera la nostra redenzione e diventa il principio della sua gloria:

 

Si è fatto obbediente - sottolinea l'Apostolo - fino alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra (Fil 2, 8-10).

 

È alla luce dell'offerta di Cristo che occorre condurre il dono di sé per comprenderne la necessità e la fecondità. Quanto abbiamo detto finora sono solo verità sparse che si unificano sotto questa luce e vi trovano una nuova forza.

Come disposizione fondamentale del Cristo, il dono completo di sé è un atteggiamento fondamentalmente cristiano. Identifica Cristo nelle profondità del suo essere e, senza di esso, ogni imitazione di Gesù sarebbe solo superficiale e forse un vano formalismo esteriore. Per essere di Cristo occorre abbandonarsi a Lui, come Lui si è abbandonato a Dio, poiché noi siamo di Cristo e il Cristo è di Dio.

Il dono di noi stessi ci abbandona alla grazia del Cristo che è in noi, è una chiamata ad essere totalmente afferrati dal Cristo. In lui l'offerta è un 'adesione d'amore al mistero dell'Incarnazione già realizzato; in noi, il dono di sé è una provocazione alla Misericordia divina per le sue nuove invasioni. La Misericordia non può che rispondere, perché essa è l'amore che si china irresistibilmente sulla povertà che la invoca.

L'offerta di Cristo lo abbandona alla volontà divina e soprattutto al sacrificio del Calvario. L'anima, identificata a Cristo per mezzo delle invasioni della sua grazia, con una rinnovata offerta diventa veramente per Lui un'aggiunta d'umanità nella quale può estendere la realizzazione dei suoi misteri. Di solito, viene assunta come materia di sacrificio all'altare e come strumento di redenzione per le anime. Il dono di sé, che unisce l’anima a Cristo, la fa partecipare ai suoi sentimenti e intimamente ai suoi misteri, la introduce nelle profondità del mistero della Redenzione e nel mistero della Chiesa.

Come tutta la missione del Salvatore  poggia sulla sua offerta, così tutta la potenza della sua grazia si afferma nell' anima per mezzo del dono completo di sé, che è la parte più importante della sua cooperazione.

Nel Cammino di perfezione santa Teresa fa notare questi effetti d'unione e d'identificazione provocati dal dono di sé:

 

E quanto più diventa palese dalle opere che le nostre non sono parole di convenienza, tanto più il Signore ci avvicina a sé ed eleva l'anima su tutte le cose di quaggiù e sopra se stessa per prepararla a ricevere grazie sublimi, giacché non finisce mai di pagare in questa vita tale dono. Lo stima tanto che non sappiamo più che cosa chiedergli, e Sua Maestà non si stanca di darle e comincia a trattarla con tanta amicizia che non solo le restituisce la sua volontà, ma le dà, insieme, la propria, compiacendosi, ora che la tratta con tanta amicizia, di far sì che “comandino a turno” e di adempiere alle sue richieste, come ella adempie ciò che egli le comanda di fare.

 

Ma, osserva Santa Teresa;

 

Siamo così lenti nel darci totalmente a Dio che ... non giungiamo mai a disporci convenientemente a riceverlo. Pertanto, poiché non riusciamo a darci totalmente a Dio, anche il dono di tale tesoro non è totale.

Ecco perché è importante considerare quali siano le caratteristiche del vero dono di sé.

 

2.   Caratteristiche del dono di sé

 

Vediamo le caratteristiche del dono di sé che osserva P. Eugenio di Gesù Bambino in Santa Teresa di Gesù:

 

a)    Assoluto

Santa Teresa, per ottenere così alti favori, esige dal dono di sé questa sola qualità: che sia assoluto o totale.

Il dono di sé è, infatti, una vera e propria espropriazione per Dio. Tale espropriazione sarà dolorosa per tale o tal altro aspetto, a seconda degli attaccamenti dell'anima, nondimeno dev'essere totale. Il giovane del Vangelo, al quale Gesù apre le vie della perfezione dicendogli: «Vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e seguimi» (Mt 19, 21), è bloccato dalla prospettiva della separazione dai suoi beni, perché è ricco. La vendita dei suoi beni costituiva, infatti, solo il primo atto e probabilmente il più doloroso e il più significativo, ma il primo di un dramma che doveva condurlo fino alla donazione totale di se al Cristo che chiede: «Seguimi».

La professione religiosa, in ciò che ha di essenziale come la separazione radicale e solenne fatta per Dio, può essere equiparata al dono di sé. Professione religiosa e dono di sé comportano quindi la stessa espropriazione di sé e ne rimettono in modo assoluto, tra le mani di Dio, tutto ciò che si è e tutto ciò che si possiede per il presente e per il futuro.

 

Illuminiamo questo punto con una indicazione del P. Jacques Philippe, dal suo libro “la pace del cuore”:

 

Non c’è abbandono se non è totale.

A proposito dell’abbandono, è utile fare un’osservazione. Perché l’abbandono sia autentico e generi pace, bisogna che sia totale. Dobbiamo rimettere tutto, senza eccezioni, nelle mani di Dio senza cercare di amministrare o salvare nulla da soli sia nel campo materiale, che in quella sfera affettiva o in quella spirituale. Non possiamo dividere l’esistenza umana in settori, in alcuni dei quali sia legittimo abbandonarsi a Dio con fiducia ed altri dove ce la si debba sbrogliare esclusivamente da soli. Occorre sapere quanto segue: tutte le realtà che non avremo abbandonato e che vorremmo gestire da soli (senza lasciare carta bianca a Dio) continueranno, in un modo o nell’altro, a renderci inquieti. La misura della nostra pace interiore sarà quella del nostro abbandono, dunque anche quella del nostro essere distaccati.

b)   Indeterminato

 

A dire il vero, l'indeterminatezza non è una qualità nuova del dono di sé, ma un modo per proteggere la pienezza di questo dono contro tutte le riserve più o meno consapevoli.

Esse, in realtà, sono rare anche tra le anime più generose, quelle il cui dono di sé non è limitato da delimitazioni precise.

Dio sembra favorire agli inizi queste delimitazioni. Egli ci attira a Sé provocando il dono di noi stessi con prospettive seducenti, con aspetti particolari che si armonizzano con i nostri gusti naturali o la nostra grazia. Il tal fanciullo vede nel sacerdozio solo la predicazione; il talaltro, la messa. Una persona abbraccia la vita religiosa solo per salvare se stessa. Ma quando siamo penetrati nell'edificio spirituale, ne scopriamo tutto lo splendore e tutte le esigenze. Tuttavia, i limiti sussistono e generalmente si fissano su un altro piano e obbediscono alle idee o ai gusti nuovi nati nel frattempo.

Idee e gusti, con le forme determinate d'ideale e di santità che si creano, sono vari quanto le anime. In tali creazioni la generosità lascia larga parte alla sofferenza, scegliendola di solito sotto aspetti seducenti, qualche volta perfino brillanti; i gusti naturali fanno il resto, colorandola di soprannaturale e di dedizione. L'esperienza delle anime potrebbe qui moltiplicare le descrizioni e illustrarle con dettagli di ogni sorta. L'anima ha fatto il suo piano di vita, ha fissato l'itinerario e le occupazioni, ha intravisto il successo mediante il sacrificio, la cui potenzialità è prevista teoricamente in ogni sorta. L'anima si è posta al centro di questi sogni costruiti dalla sua generosità e dalla sua immaginazione.

 

Dio, in questo inizio pieno di proprie “illusioni”, vi è come uno scopo e nel frattempo come un buon Padre che deve sostenere, con le sue paterne premure, l'impresa della perfezione personale che noi sogniamo e le forme di apostolato che noi amiamo.

Belle costruzioni il cui difetto irrimediabile è quello di essere costruite da mano d'uomo e al di fuori del piano divino. Dedicare le proprie forze a simili realizzazioni significa sottrarsi, normalmente, alla volontà di Dio.

D'altronde, il disegno di Dio, quello autentico, si realizza egualmente e viene a sconvolgere o anche a distruggere i progetti stabiliti. Si assiste, allora, alla sorpresa e, qualche volta, allo scompiglio della generosità che aveva costruito così bene il suo piano! I suoi slanci sono infranti, almeno per un istante: subentrano, a volte, lo scoraggiamento e l'amara delusione, a meno che la generosità non intervenga di nuovo per costruire ancora a modo suo. Può anche darsi che Dio permetta all' anima di costruire come ha previsto e di ottenere il trionfo in un successo che potrà sembrare brillante, ma che è sempre mediocre, perché superficiale e umano sotto una vernice soprannaturale. Questa generosità è stata data a sé e ai propri progetti; non ha realizzato il piano di Dio perché non ha fatto un dono indeterminato.

Il disegno di Dio dev'essere, infatti, cercato nell'oscurità, poiché i suoi pensieri superano i pensieri umani, come il cielo supera la terra. Il nostro Dio vive nella tenebra e la luce trascendente della sua Sapienza abbaglia il nostro povero sguardo. Qual è il nostro ruolo, quale il nostro posto nel suo disegno? Lui solo lo sa. Questo ruolo che dobbiamo svolgere, questo posto che dobbiamo occupare costituiscono la nostra perfezione. Il dono di sé che vuole offrirsi per questo ruolo, per questo posto che ci sono riservati nell'opera e nell'edificio divini deve cercarli nel mistero e offrirsi a questo mistero che li nasconde e li conserva gelosamente per l'ora delle realizzazioni. Il dono di sé deve essere indeterminato per non perdersi nelle costruzioni umane e per raggiungere con certezza la realtà e la verità divine.

Si potrebbe credere che questa comunione con l'indeterminato diminuisca le energie della volontà e dell'attività.

Ma non è così. Questo dono per realizzazioni indeterminate non è un tentativo di comunione con il vuoto, bensì un dono effettivo alla volontà divina certa, ma, per il momento, sconosciuta. Tale dono produce una espropriazione di tutti i progetti personali e riserva tutte le forze dell'anima per le realizzazioni non solo future, ma quotidiane, di cui la Provvidenza fissa ogni giorno lo stile, e che restano misteriose per il futuro. Questo dono di sé indeterminato, lungi dallo sminuire le forze, impedisce la loro dispersione su degli oggetti superficiali e le raccoglie per applicarle, con la loro potenza, al compimento della volontà attuale di Dio. La santa indifferenza nella quale pone l'anima, la libera dalle amare delusioni che paralizzano per un istante e, qualche volta, bloccano definitivamente.

Infine, il beneficio positivo, ineguagliabile, di questo dono indeterminato divenuto abituale, riguarda l'apertura dell'anima all'azione dello Spirito Santo. Nell'oscurità della fede nella quale mantiene l'anima, esso la conserva attenta alle minime manifestazioni della volontà divina, affina i suoi sensi spirituali che diventano sensibili alle unzioni delicate dello Spirito Santo e alle sue mozioni più sottili, conserva e sviluppa la docilità dell'anima mantenendola, ad ogni istante, capace di compiere ogni opera buona. Docilità attenta e intensa duttilità, che sono i frutti di questo dono indeterminato, sono le disposizioni che formano gli strumenti più qualificati dello Spirito Santo.

 

c)   Rinnovato spesso

 

Perché il dono di sé produca tutti gli effetti di cui abbiamo accennato, occorre che sia non un atto momentaneo, ma una disposizione costante dell’anima. Potrà divenire tale solo a condizione d'essere rinnovato molto spesso.

L'offerta di sé deve salire incessantemente dall'anima come l'espressione più perfetta dell'amore e come una sfida continua alla Misericordia divina; per mezzo di essa l'anima respira e aspira l'amore, si purifica e si unisce al suo Dio. Ad ogni istante, l'anima si riprende questo dono totale con riconquiste e affermazioni della propria volontà come riparare se non donandosi di nuovo con un'offerta che vuol essere completa e diventa ogni volta più umile e più diffidente di sé?

Gli avvenimenti, le illuminazioni interiori aprono, del resto, molto spesso nuovi orizzonti a questo dono di sé che trova nuove forme di realizzazione. Frequentemente, dunque, e anche costantemente questo dono di sé dev'essere rinnovato per adattarsi a nuove esigenze.

Rinnovandolo così, l'anima crea in se stessa ciò che potremmo chiamare una disposizione psicologica del dono di sé, disposizione che agisce come un riflesso. Qualunque avvenimento sopraggiunga a colpire quest'anima, sia doloroso che gioioso, essa rinnova immediatamente il dono sotto l'azione di questo riflesso apparentemente inconscio e, tuttavia, volontario. Contro questa offerta protesteranno forse, a volte, le potenze dell'anima colpite dolorosamente: l'anima ha l'impressione che le potenze più rumorose non vogliano nulla. Che cosa importa? Il dono è fatto, è conservato dalla volontà. L'anima ha dichiarato il suo amore e il dono raggiunge Dio. Per mezzo di questo legame ormai solido, discenderà la grazia, certamente efficace e gradualmente rasserenante. Senza questa disposizione creata dall'abitudine, sarebbe forse stato necessario attendere la pacificazione per fare quel dono che accetta e va oltre il volere divino.

Uno sguardo alla Vergine Maria nel giorno dell’Annunciazione ci aiuterà, in maniera più efficace, a scoprire tutte queste verità così difficili da comunicare perché soprannaturali, acute e profonde più di tutte le analisi meglio condotte.

La Vergine Maria, perché ricolmata di grazia dallo Spirito Santo e immersa nella luce semplice di Dio, aveva tutte le sue energie pacificamente tese verso la realizzazione della volontà divina. Ecco che l'arcangelo Gabriele le appare e la saluta. La Vergine è, per un istante, turbata da questa presenza e da questa lode, ma il suo fine senso spirituale ha subito riconosciuto la natura soprannaturale del suo messaggero, perciò ne ascolta il messaggio:

 

Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 31-33)

 

Maria ha compreso: è proprio il Messia quello di cui l'angelo le propone di diventare madre. Ella non vi aveva affatto pensato, poiché non era consapevole di se stessa. La semplicità della sua grazia gliene velava l'immensità, Conosceva solo Dio e la sua volontà. Di fronte alle prospettive che si aprono improvvisamente davanti a lei, ella proporrà una sola domanda perché preoccupata della sua verginità: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Rassicurata dall’angelo che le risponde: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,34-35), la Vergine Maria, senza esitare e senza chiedere tempo per riflettere e consultare qualcuno, esprime, per se stessa e per tutta l’umanità, la sua adesione al più sublime e al più terribile degli impegni: all’unione nel suo seno dell’umanità alla divinità, al Calvario e al mistero della Chiesa. E il Verbo si fece carne grazie al fiat della Vergine preparato nella sua anima accondiscendente e docile da una disposizione all’offerta totale e indeterminata.

Anche alle nostre anime il dono di sé provoca le invasioni divine e ci prepara allo stesso fiat fecondo:

O sorelle mie, esclama santa Teresa, che forza racchiude questo dono! Se esso è ispirato dalla determinazione che deve accompagnarlo, non può mancare di attirare l’Onnipotente a essere una cosa sola con la nostra pochezza, a trasformarci in lui e ad operare l’unione del Creatore con la creatura.

 

 

Nulla di più evidente per chi conosce bene il Trattato della Vera Devozione che tali esigenze si trovano dappertutto negli insegnamenti del Santo di Montfort, come vedremo in particolare a partire dal prossimo blocco.

Quello che in santa Teresa vediamo essere l’esigenza di arrivare a Dio, lo riportiamo alle esigenze per donarsi a Maria, affinché Lei ci riporti a Gesù.

 

PRATICHE:

Ripetere spesso la preghiera ignaziana “Accetta Signore la mia libertà… ecc.”

Pensa alle tue croci: accettale per amore di Dio. Non voler che vadano via se così Dio non lo vuole

Pensa alla tua vocazione e cerca di compierla con la maggior fedeltà e magnanimità possibile

Aggiungiti qualche piccolo sacrificio. Accetta in maniera anticipata possibili croci

 

[1] Cfr. P. Eugenio di Gesù Bambino, Voglio vedere Dio

[2] Summa Theologiae Ia, 28, 2.

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