22° Catechesi

È così brutta la parola “schiavitù”? 

[Trattato della Vera Devozione 68-77] 

 

Ma dove mi conduce la penna?  

Perché mi soffermo a provare una cosa tanto evidente?  

Se non ci si vuol chiamare schiavi di Maria Vergine, che importa! 

 Ci si faccia pure schiavi di Gesù Cristo!  

Tanto è costituirsi insieme schiavi della Vergine santa,  

perché Gesù è il frutto e la gloria di Maria 

[Trattato n. 77]. 

 

Ripetiamo ancora l’indicazione di SLM che sembra il cuore e l’essenza di questa consacrazione:  

«La vera devozione a Maria è interiore; parte, cioè, dalla mente e dal cuore; deriva dalla stima che si ha di lei, dall'alta idea che ci si forma delle sue grandezze e dall'amore che le si porta» [106]. 

 

Stima e amore, ecco il motore o l’anima della nostra devozione. Oltre l’amore ci saranno altre virtù: la speranza, l’umiltà… ma questa consacrazione consiste fondamentalmente in un atto di amore, che per SLM riceve come titolo schiavitù d’amore… 

Titolo non sempre tanto accolto. Ci sono traduzioni del Trattato dove la parola “schiavitù” è stata tolta. Molti preferiscono chiamarsi “figli” o semplicemente “amici” di Maria.  

 

Da una parte noi però seguiamo SLM e, per questo santo, questa devozione si chiama “schiavitù d’amore” [Cfr. specialmente il Trattato nei nn. 68-77]. E io, personalmente, credo che chi si oppone a questa parola “schiavitù” è perché in fondo non ha capito che questa espressione nasce dall’amore vero, puro e grande che la Madonna merita da noi. 

Un esempio: il Ponte Vecchio Firenze: chiamato “il ponte dell’amore”. Trovo questa spiegazione: 

 

“Per molti anni il Ponte Vecchio Firenze è stato testimone di frasi e promesse di eterno amore di giovani coppie, suggellate con dei lucchetti sulla cancellata del Monumento a Benvenuto Cellini. Sopra il lucchetto i due innamorati scrivevano i loro nomi e la data del fidanzamento o del matrimonio, e poi gettavano la chiave in Arno. Questo gesto simboleggiava l’unione che non si sarebbe mai spezzata”. 

 

Gli innamorati manifestano questo amore con un simbolo, chiamiamolo così, di legame, di catene… Perché non potrebbero farlo quelli che professano un vero amore per la Madonna? 

La maggior parte dei nostri schiavi d’amore comprende e apprezza questo nome. Ci sono altri che conservano una certa apprensione verso la parola e solo difficilmente si abituano alle risonanze peggiorative che comporta. 

È fondamentale, secondo P. Hupperts, che quanti si siano consacrati a Maria in materna schiavitù d’amore siano “ben istruiti, e ben armati di verità, per le lotte che a volte devono combattere o sostenere. Per questo è utile, se non necessario, esaminare a fondo questo nome, e trattare di esso un po’ più ampiamente”. 

Per comprendere come la schiavitù ha un senso spirituale ed evangelico diverso dalla schiavitù nel senso moderno, consideriamo prima alcune verità che riguardano la nostra consacrazione. 

Darsi 

(Seguiamo passo per passo il testo e spiegazione, con qualche breve commento, di P. Hupperts in “Fondamenti e pratica della vita mariana”) 

 

Ogni volta che SLM espone fin dall'inizio e con una certa estensione la sua perfetta devozione alla Madonna, chiama la nostra consacrazione una donazione. «Questa devozione consiste nel darsi interamente alla Vergine Santissima, per essere interamente di Gesù Cristo tramite Lei».  «Essa consiste nel darsi interamente come schiavi a Maria, e a Gesù tramite Lei»  

Questa dichiarazione è semplice. Un bambino di sei anni la comprende. 

È però della massima importanza capirla bene qui. A volte le è stato dato un significato così riduttivo che rimaneva compromessa l’essenza stessa della santa schiavitù. 

Noi ci diamo a Gesù attraverso Maria. 

Dare non è richiedere. 

È profondamente deplorevole che la maggior parte dei cristiani non veda nella devozione alla Santissima Vergine più che una cosa: chiederle il suo aiuto, specialmente nelle ore più difficili.

 

Senza dubbio possiamo e, in un certo senso, dobbiamo, secondo il consiglio di Montfort stesso, «implorare l’aiuto della nostra buona Madre in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cosa». Siamo bambini piccoli, e i bimbi hanno sempre la parola «mamma» sulle labbra. 

Benissimo. Ma se ci fermiamo lì, siamo ben lontani dal praticare la perfetta devozione mariana. Devozione significa consegna, appartenenza, e il termine di iperdulia, consacrato dalla Chiesa per il culto della Madonna, significa dipendenza, servitù. 

Dare non è neanche consegnare in deposito. Quando affido una somma di denaro a qualcuno, quel denaro è ancora mio. Colui al quale lo affido non riceve, di suo, alcun profitto, ma solo dovere e preoccupazioni. 

   

Molto diverso è quando io un regalo ad uno dei miei amici. Quell’oggetto, d’ora in poi, diventa suo, in modo che può disporne come vuole. La donazione, in se stessa, va tutta a vantaggio di chi la riceve, cioè di colui al quale si fa il dono, e non del donatore, cioè di colui che dà. 

 

Ce lo spiega chiaramente SLM: “Un vero devoto di Maria non serve questa augusta Regina con spirito di lucro e di interesse, né per il suo bene temporale o eterno, corporale o spirituale, ma unicamente perché essa merita di essere servita, e Dio solo in lei. Egli non ama Maria perché essa gli fa del bene o perché egli ne speri da lei, ma perché essa è amabile. Egli la ama e la serve perciò fedelmente nei disgusti e nella aridità come nelle dolcezze e nei fervori sensibili; l'ama tanto sul Calvario come alle nozze di Cana. Un devoto della Santa Vergine che non cerca in niente se stesso nei servigi che le rende è infinitamente gradito e prezioso agli occhi di Dio e della sua Santa Madre. Ma quanto è raro, al giorno d'oggi! [110]. 

 

Ecco perché è difficile comprendere il senso della parola schiavitù e pertanto “scandalizzarsi” di essa. Perché non si è in grado di donarsi in maniera disinteressata, pensando che questo sia degradante. Come se per una madre fosse degradante amare il proprio figlio e accudirlo, sacrificando se stessa! 

Darsi per intero 

Diamo tutto alla Madonna. Il Montfort lo dice formalmente: il nostro corpo e la nostra anima, i nostri sensi e le nostre facoltà, i nostri beni esteriori ed interiori, i nostri meriti e le nostre virtù. 

Sarebbe dunque un errore fondamentale pensare che diamo alla Santa Vergine solo ciò che Ella può applicare ad altri, cioè il valore soddisfattorio e impetratorio delle nostre buone opere, e l’efficacia delle nostre preghiere in quanto tali e che il resto, cioè il 95% dell’estensione della nostra consacrazione, le sarebbe affidata solo in deposito, con il pretesto che le sia impossibili l'usare tutto questo a favore di altri. È una falsa concezione, che rovina la santa schiavitù da cima a fondo. Diamo tutto, anche ciò che per sua natura deve necessariamente, in un certo senso, rimanere nostro perché ci è inerente, perché è parte di noi stessi, di modo che cesserebbe di esistere se fosse separato da noi. 

Ma la Santissima Vergine, si dirà forse, non può trasferire né applicare a nessuno se non a noi stessi la nostra grazia santificante, le nostre virtù, i nostri meriti propriamente detti. E quindi, si può parlare di vera donazione in questo? 

Sì, Certamente! Diamo qualcosa a qualcuno dal momento in cui gli riconosciamo, liberamente e senza obbligo di restituzione, il diritto di proprietà su una cosa che è in nostro possesso. Perciò mi dò totalmente alla Madonna quando le riconosco un diritto di proprietà su ciò che sono e su ciò che possiedo. 

    

L’insegnamento del Montfort non può essere più chiaro in merito. «Questa devozione consiste nel darsi per intero alla Santissima Vergine, per essere interamente di Gesù Cristo tramite Lei…». Diamo tutto, «e ciò senza riserva alcuna, neanche di un centesimo, di un capello o della più piccola buona azione…». 

Per sempre 

I testi del Montfort non possono essere più chiari: «Le si deve dare... tutto quello che abbiamo... e tutto ciò che possiamo avere nel futuro nell’ordine della natura, della grazia o della gloria... e questo per tutta l’eternità». E una delle differenze essenziali tra il servitore e lo schiavo è proprio che «il servitore non è che per un tempo al servizio del suo signore, mentre lo schiavo lo è per sempre »

Il nostro stesso Atto di Consacrazione non ci lascia alcun dubbio: «Lasciandovi tutto intero e pieno diritto di disporre di me e di tutto ciò che mi appartiene... nel tempo e nell'eternità».   

 

È così naturale, quando si vuole amare perfettamente la Madonna, donarsi a Lei per sempre! 

Non darsi per sempre è, apertamente, non darsi per intero. 

L'amore, un grande amore, mira direttamente a questa donazione definitiva, aspira ad un’unione durevole e indissolubile. Per l’affetto umano, il «sempre» che sogna è a volte di brevissima durata. Il nostro amore per Dio, per la Santissima Madre di Dio, prende questo «sempre» sul serio, alla lettera. Ci diamo per tutta l’eternità. 

 

È così consolante, Madre divina, sapere che circondi il letto di morte dei tuoi figli e schiavi d’amore con ogni sorta di precauzioni, con mille attenzioni materne, che sono altrettanti segni che sei e rimani con loro! Che consolante è la sicurezza che ci dà il tuo grande Apostolo, che «assisti ordinariamente alla morte dolce e tranquilla dei tuoi schiavi, per condurli tu stessa alle gioie dell’eternità»!  

Per sempre, sì: nella morte e oltre la morte. 

Madre, il nostro cielo è tuo! La nostra corona di gloria e la nostra palma di immortalità la getteremo ai piedi del tuo trono.  

Per amore 

Tre sono le qualità richieste per l’essenza stessa della nostra perfetta Consacrazione a Gesù per Maria: che sia totale, che sia definitiva, e che sia fatta per amore puro e perfetto a Dio e alla sua santissima Madre. 

Per comprendere tutto questo dobbiamo ricordare alcuni punti della dottrina cattolica su questo tema, che non cessa di essere difficile. 

Dobbiamo amare Dio con carità perfetta, cioè amarlo per Sé stesso e sopra tutti gli esseri. Questo è l’atto della virtù teologale più elevata e preziosa. 

Con questa virtù teologale possiamo e dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, e in primo luogo la Santissima Vergine Maria, Madre di Dio e Madre delle anime. 

La carità non è perfetta se viene praticata direttamente a causa dei vantaggi o dei benefici, anche spirituali e soprannaturali, che abbiamo ricevuto o speriamo di ricevere da Dio e dalla sua divina Madre. 

Non è che sia condannabile o non sia bene desiderare o cercare la nostra perfezione e la nostra felicità personale, con tutto ciò che ad essa si riferisce e tutto ciò che ad essa conduce. Al contrario, abbiamo il dovere di farlo. 

Ma non è proprio questa la carità: tutto ciò ha piuttosto a che fare con la virtù della speranza

Non si può dubitare che la nostra Consacrazione totale sia uno degli atti più ricchi di carità perfetta verso Dio e la Madonna. 

San Tommaso osserva molto opportunamente: «Il motivo che ci spinge a dare gratuitamente è l'amore; che dire, diamo qualcosa a qualcuno gratuitamente perché vogliamo un bene per lui. — [Questa è proprio la definizione dell’amore: «velle bonum», volere il bene]. — La prima cosa, dunque, che gli diamo, e così l’amore è il primo dono, grazie al quale si danno tutti gli altri doni gratuiti».  

La donazione gratuita procede dunque dall’amore, e non può provenire che da un amore vero e disinteressato. 

Quindi, per la nostra perfetta Consacrazione, facciamo il dono più completo e disinteressato di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che abbiamo. 

Consideriamo, quindi, le seguenti conclusioni: 

1) La nostra perfetta Consacrazione è l'atto più elevato di perfetta carità verso Dio e la nostra divina Madre. 

2) Ogni rinnovo della nostra Consacrazione significa anche un atto di amore perfetto e puro per Loro. 

3) Ogni esercizio di vita mariana, svolto con questo spirito, ha il valore di un atto di perfetta carità. 

Questo pensiero contribuirà non poco a farci apprezzare nel suo giusto valore la nostra magnifica Devozione, e a farcela praticare e vivere fedelmente. 

Si pone ora una domanda: come conciliare questa dottrina con le promesse che San Luigi Maria di Montfort lega alla pratica fedele della perfetta devozione, promesse che egli stesso assegna come ragioni di questa pratica? 

Infatti, il Montfort dedica decine di pagine del suo amato Trattato a descrivere gli «effetti meravigliosi che questa devozione produce nelle anime fedeli». E le ragioni per cui ci spinge a questa pratica fedele possono essere ridotte, in gran parte, ai vantaggi spirituali che ci porta. È particolarmente nota questa affermazione tipica del nostro Padre nell’8° motivo: «La divina Maria, essendo la più leale e la più liberale di tutte le creature, non si lascia mai vincere nell’amore e nella generosità; e per un uovo, dice un sant’uomo, Lei dà un bue: significa dire, per poco che le si dia, Ella dà molto di ciò che ha ricevuto da Dio». 

Il più perfetto e puro amore di Dio non esclude in alcun modo l’amore ben compreso di sé stessi; al contrario, dobbiamo amare noi stessi con carità soprannaturale, in Dio e per Dio, e quindi desiderare la nostra felicità e mirare alla nostra perfezione. Questa intenzione o tendenza al nostro perfezionamento personale può essere una manifestazione della più perfetta e pura carità verso Dio. Ugualmente, puntare all'unione con Dio e a tutto ciò che questa unione suppone o comporta, è un bisogno imperioso, e quindi una manifestazione autentica della nostra carità divina. Non bisogna esagerare neanche la difficoltà dell’amore disinteressato e perfetto a Maria. 

La carità che qui si richiede non è un amore sensibile o un senso, l’amore delle facoltà sensitive in noi; ma si tratta dell'amore ragionato o ragionevole, l’amore di volontà, che è il vero amore umano. Chi riflette sulle grandezze, sulla bellezza, sulla santità e sulla bontà della Santissima Vergine può, con l’aiuto della grazia che non le manca mai, amare Maria per se stessa, o piuttosto per Dio, e non per il suo proprio tornaconto, e conseguentemente donarsi a lei e servirla per lo stesso mirabile motivo. 

Tutti gli uomini sono chiamati all'amore puro verso Dio e al servizio perfetto di Maria. Se pochissimi uomini rispondono pienamente a questo appello, questo non cambia nulla dell’appello stesso. Ciò mostra soltanto la nostra mancanza di generosità, la nostra codardia nel dimenticarci e rinunciare a noi stessi; perché questa dimenticanza e questa rinuncia sono necessarie per arrivare al servizio perfetto di Dio e della sua dolcissima Madre. 

 

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Nel Medioevo si cercò con passione la cosiddetta «pietra filosofale», che doveva permettere di trasformare in oro i metalli più vili. 

Il puro amore di Dio e di Maria, quando la nostra vita ne è impregnata, è questa vera pietra filosofale, che trasforma le nostre azioni più ordinarie nell'oro più prezioso. 

Dobbiamo essere felici di aver trovato questo tesoro e di usarlo senza posa. 

Introduciamo spesso nella nostra vita questo pensiero, in modo netto, formale ed esplicito: tutto per amore a Dio e alla sua Santissima Madre! 

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“In qualità di schiavo” 

Montfort non esita a chiamarci «schiavi, schiavi d'amore e di volontà» di Gesù e di Maria. 

Ne «Il segreto di de Maria» scrive tranquillamente che la devozione alla Santissima Vergine «consiste nel darsi per intero in qualità di schiavo a Maria, e a Gesù termite Lei». E nell’Atto di Consacrazione, che proviene, è vero, non dal «Trattato della Vera Devozione», né dal «Segreto di Maria», ma dall’«Amore della Sapienza eterna», ci fa dire: «Vi dono e vi consacro, in qualità di schiavo, il mio corpo e la mia anima…». 

Nel suo duplice lavoro mariano, nostro Padre descrive ampiamente la differenza che c’è tra un servo e uno schiavo, e dimostra che dobbiamo appartenere a Gesù e a Maria, non solo come servi, ma anche come schiavi volontari d’amore. 

Alcuni, un tempo, pensarono di potere o dovere risolvere la difficoltà sopprimendo dagli scritti di Montfort — così semplice! — ogni accenno alla schiavitù. È una soluzione che, evidentemente, non possiamo accettare né applicare. Sarebbe mutilare l’opera di nostro Padre e saccheggiare la sua eredità. E se è vero che il termine o l’espressione non è la cosa più importante, è altrettanto vero che se si abbandona il vero termine, si rischia di falsificare il vero spirito della devozione mariana montfortana. 

Pertanto, senza attribuire eccessiva importanza al nome, dobbiamo conservarlo, spiegarlo e difenderlo, anche se questo atteggiamento presenta inconvenienti dal punto di vista della propaganda. 

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In questi tratteggi speriamo di poter condensare ciò che bisogna pensare di questo termine. E poi, nelle pagine seguenti, ci sforzeremo di spiegare e giustificare queste diverse proposte. 

Il nome di schiavo, applicato all’anima per designare le sue relazioni con Dio, con Gesù Cristo e anche con la Santissima Vergine, è una parola pienamente cristiana, perché è tradizionale e scritturale. Ma deve essere intesa nella sua accezione soltanto essenziale. Senza dire tutte le relazioni dell’anima cristiana con Dio e con la Santissima Vergine, è l'unica parola che esprima in un solo colpo la nostra appartenenza totale, definitiva e gratuita a Gesù per Maria. Tuttavia, non bisogna dare un’importanza esagerata ad una parola in quanto tale; per praticare perfettamente la vera Devozione alla Madonna non è assolutamente necessario servirsene; ma non sarebbe saggio allontanarsi dalla pratica più eccellente di devozione verso la Santissima Vergine a causa delle risonanze peggiorative che sembrano essere legate ad una parola. 

Mostriamo innanzitutto che questa parola “terrificante” si trova spesso nella tradizione cristiana, e nella bocca e nella penna di coloro che sono considerati generalmente come i testimoni autentici del vero senso cristiano. 

Così il santo Curato d’Ars si era legato per voto alla santa schiavitù di Maria. Più tardi stabilì ad Ars la confraternita della santa schiavitù, e aveva l'abitudine di dire che chi prendeva sul serio la sua salvezza, doveva entrare in questa salutare confraternita. Sant’Alfonso de' Liguori, Dottore della Chiesa e uno dei più grandi devoti di Maria che il mondo abbia mai visto, fa dire ai suoi figli: «O Madre del bell’amore, accettatemi come vostro servo e schiavo eterno. Il mio regno in questo mondo sarà servire il vostro Gesù e servire voi stessa, o la più bella delle Vergini. Non voglio più essere mio, ma voglio essere solo vostro, nella vita e nella morte». 

Sarebbe facile, nei secoli XVII e XVIII, citare innumerevoli uomini santi e illustri, che erano orgogliosi di chiamarsi schiavi d’amore della Regina del Cielo: San Giovanni Eudes, il Cardinale di Bérulle, Padre Olier, ecc. Ugualmente, intere schiere di vescovi belgi di questa stessa epoca reclamano per sé questo vero titolo di nobiltà. Santa Margherita Maria, la sposa amorevole e confidente del Cuore di Gesù, sapeva che questa santa schiavitù non mette in alcun modo ostacoli al più intimo rapporto d’amore con Lui. Per questo scrive in un ammirevole Atto di Consacrazione: «Santissima, amabile e gloriosissima Vergine, Madre di Dio... a cui ci siamo dati e consacrati interamente, gloriandoci di appartenervi come figlie, serve e schiave nel tempo e per l’eternità: di comune accordo ci mettiamo ai vostri piedi per rinnovare gli impegni della nostra fedeltà e schiavitù verso di voi, a supplicarvi che in qualità di cose vostre ci offriate, dedichiate, consacriate e immoliate al Sacro Cuore dell'adorabile Gesù... Non vogliamo avere altra libertà se non quella di amarlo, o altra gloria se non quella di appartenergli come schiave e vittime del suo puro amore... Vogliamo che tutta la nostra felicità consista nel vivere e morire come schiave dell’adorabile Cuore di Gesù, figlie e serve della sua santa Madre». Sant'Ignazio di Loyola, nella Meditazione sopra il mistero di Betlemme, considera sé stesso come un «povero schiavo indegno» della Sacra Famiglia. È notevole, d'altra parte, che la nostra Consacrazione totale, col nome che le dà Montfort, si trovi presso un gran numero di Ordini molto antichi, come i Certosini, i Trappisti, i Carmelitani, etc. Bellissima è la preghiera che il grande San Bonaventura rivolge a Maria: «Gloriosissima Madre di Dio, Padrona dell’universo e Sovrana di tutto il genere umano, che la corte celeste serve con tutti gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini, i Serafini e tutti i cori degli spiriti beati; io, il più vile degli uomini e delle creature, spontaneamente, dopo il Signore mio Dio, mi dono totalmente come schiavo a Voi, Dominatrice delle nazioni e Regina dei re. Mi privi di ogni diritto e di ogni libertà, nella misura in cui li possiedo, per deporli per sempre nelle vostre mani. Possedetemi, Sovrana, usatemi, trattatemi e usatemi come vostro schiavo. O Sovrana, vi supplico di fare così e di non disprezzare la dipendenza del vostro servo. Siate Voi, mia Sovrana eterna, ed io vostro schiavo eterno finché Dio sia Dio, a chiunque sia l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen». San Bernardo, il «Dottore soavissimo», esclama: «Non sono che un vile schiavo, che ha il grande onore di essere il servo del Figlio allo stesso tempo della Madre». Del Papa Giovanni VII (inizio dell’VIII secolo) ci restano solo due iscrizioni, che dicono in greco e in latino: «Schiavo della Madre di Dio».  San Ildefonso ci porta la testimonianza del suo Paese, la Spagna, nel VII secolo, quando scrive: «Per essere il devoto schiavo del Figlio, aspiro alla fedele schiavitù della Madre». 

I secoli più remoti del cristianesimo testimoniano a favore di questa nobile e santa schiavitù. Nelle rovine di Cartagine si trovò un gran numero di iscrizioni, che risalgono secondo alcuni al VI secolo, secondo altri al IV secolo, in cui i cristiani di quel tempo si proclamano «schiavi della Madre di Dio». Abbiamo, infine, una prova decisiva, sufficiente per se stessa, della legittimità della parola, nel catechismo composto secondo le intenzioni del Concilio di Trento, e destinato ad insegnare ai fedeli la vera e sana dottrina cristiana in quei tempi di innovatori e di eretici. In esso si afferma che è «molto giusto che ci diamo per sempre al nostro Redentore e Signore non altrimenti che come schiavi: non secus ac mancipia». 

Non è sorprendente che con testimonianze tanto formali e tanto autorevoli ci sia ancora chi possa e osi mettere in dubbio l’ortodossia di questa denominazione tanto cristiana? 

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Secondo il detto di Sant’Alfonso, che per noi «regnare su questa terra sarà proprio servire come schiavi Gesù e la sua dolce Madre». La nostra firma sia sempre accompagnata dall'espressione della nostra appartenenza totale: que la sigla S. d. M. (schiavo di Maria), o altra simile, sia inseparabile da nostro nome. San Luigi Maria di Montfort firmava sempre così: Luigi Maria di Montfort, sacerdote e schiavo indegno di Gesù in Maria

 

La schiavitù nella Sacra Scrittura 

San Pietro ci chiama «schiavi di Cristo» in un passaggio che si rivolge formalmente agli «uomini liberi». Per San Paolo tutti gli uomini, siano essi schiavi o liberi nella società umana, sono «schiavi di Dio, schiavi di Gesù Cristo». 

Gli Apostoli chiamano se stessi «schiavi di Gesù Cristo», e quindi non considerano questo titolo e appellativo come inferiore alla loro dignità di figli di Dio e di inviati di Gesù Cristo. Così si esprimono San Pietro, San Giuda, San Giacomo Minore, e molte volte San Paolo. Apparentemente è per loro un onore, un grande onore, essere chiamati così, dato che appongono questo appellativo nell’intestazione delle loro lettere apostoliche. 

Nostra Madre stessa non retrocede davanti a questa denominazione; al contrario, sembra amarla particolarmente, poiché, nelle due occasioni in cui Ella dovette determinare il suo atteggiamento verso Dio, si chiama umilmente la serva del Signore: «Ecco la serva del Signore», dichiara all’Arcangelo che gli porta la grande Novella; «Ha guardato la piccolezza della sua schiava», canta in casa di Santa Elisabetta quando questa esalta gli splendori della sua divina maternità… 

E —come si poteva dimenticare? — di Cristo stesso dice San Paolo che assunse «la forma di schiavo»; e a questo titolo fece tutto ciò che conviene allo schiavo: «si è fatto obbediente» (perché uno schiavo deve obbedire) «fino alla morte» (il proprietario aveva sul suo schiavo il diritto di vita e di morte) «e morte di croce» (la morte di croce ere riservata agli schiavi).  

È chiaro che uno schiavo deve vivere per il suo padrone, e per lui solo. San Paolo conclude di qui che deve cercare di piacere solo a Cristo, e questa è per noi una lezione importante: «Cerco forse di compiacere gli uomini? Se cercassi ancora di compiacere gli uomini, non sarei schiavo di Cristo». 

L’unico spirito di servitù condannato nella Sacra Scrittura è «lo spirito di servitù nel timore», cioè il timore servile, incompatibile con lo spirito della filiazione divina. La santa schiavitù di Cristo in Maria, così come noi la pratichiamo, non conduce in alcun modo a questo timore servile, ma, al contrario, ne libera totalmente, come afferma Montfort e l’esperienza dimostra, e conduce all’anima all’amore più filiale e affidato a Dio e a Maria. 

 

Che significa essere “schiavo d’amore”? 

 

Secondo l’opinione dei Padri e Dottori della Chiesa, il parere dei Sommi Pontefici, dei Santi e degli scrittori ascetici, e secondo la stessa Scrittura, possiamo chiamarci «schiavi» di Dio, di Gesù Cristo, e anche della Santissima Vergine Maria. La santa schiavitù di cui parla San Luigi Maria di Montfort è totalmente conforme allo spirito del cristianesimo; che cosa dico? Costituisce come il suo midollo e la sua più pura essenza. 

Ma è della massima importanza comprendere bene il senso esatto del termine schiavitù. Sul significato di questa parola ci sono state molte idee sbagliate e molti errori di interpretazione, che ha potuto allontanare un certo numero di anime dalla pratica della nostra perfetta Devozione alla Madonna. 

Innanzitutto, è evidente che, utilizzando questa parola in ordine superiore e soprannaturale, non intendiamo assolutamente approvare o raccomandare la schiavitù tra gli uomini. La Chiesa cattolica, più di chiunque altro, lottò per l’abolizione di questa schiavitù. 

Chiamandoci schiavi volontari di Gesù e di Maria non pretendiamo nemmeno introdurre, nei nostri rapporti con Dio e con la sua Santissima Madre, gli abusi della schiavitù umana. Non vogliamo dire con questo che Dio o la Vergine Santissima ci devono trattare d’ora in poi con durezza, come facevano troppo spesso i padroni di schiavi con le loro vittime. No! La crudeltà dei padroni e la servilità degli schiavi erano accidentali anche alla stessa schiavitù umana, e non appartengono quindi alla natura e all’essenza stessa della schiavitù. 

C’erano anche padroni buoni e caritatevoli. E non mancavano schiavi pieni di affetto e di fedeltà, che servivano i loro padroni liberamente e volontariamente. 

A maggior ragione, quindi, dobbiamo escludere gli abusi segnalati, dalla bella e nobile schiavitù alla quale vogliamo consegnarci. 

Dobbiamo quindi prendere qui il termine «schiavitù» nella sua accezione puramente essenziale, e allora non significa altro che appartenenza e dipendenza totale, definitiva e gratuita

 

[TVD, 72] Non c'è nulla tra gli uomini che faccia appartenere di più ad un altro, quanto la schiavitù. Similmente non c'è nulla fra i cristiani che faccia appartenere in modo più assoluto a Gesù Cristo e alla sua santa Madre quanto la schiavitù volontaria secondo l'esempio di Gesù Cristo stesso, che prese «la condizione di servo» per nostro amore, e della santa Vergine, che si disse serva e schiava del Signore.

 

Uno schiavo era un uomo che apparteneva ad un altro con tutto ciò che era e con tutto ciò che possedeva, e questo per tutta la sua vita e senza aver diritto legalmente ad alcuna retribuzione. 

È così che vogliamo appartenere a Gesù tramite Maria: per intero, per sempre e per amore disinteressato. 

Andiamo anche oltre la schiavitù ordinaria nella nostra dipendenza e nella nostra appartenenza. 

Uno schiavo apparteneva al suo padrone soltanto per quanto riguarda l’esterno, nell’ordine naturale e questo unicamente durante la sua vita mortale su questa terra; mentre noi apparteniamo a Gesù per Maria per quanto riguarda ciò che è esteriore e interiore, nell’ordine naturale e soprannaturale, nel tempo presente e per tutta l’eternità

Pertanto, quando ci chiamiamo schiavi di Dio e della Santissima Vergine, vogliamo dire questo, tutto questo, e nient’altro che questo: appartenenza radicale, universale, eterna, di puro amore, a Dio per Maria. 

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Osserviamo inoltre che la nostra schiavitù è una schiavitù volontaria

Di solito — ma non sempre — gli schiavi non diventavano tali se non per costrizione esterna, e continuava meno ad esserlo solo con la forza e la violenza. 

Noi siamo schiavi volontari: con tutte le energie della nostra libera volontà accettiamo la perfetta schiavitù di Cristo e di Maria, e poi perseveriamo in essa. Vogliamo liberamente essere schiavi di Dio, anche se non fossimo per natura obbligati a questa dipendenza assoluta. Vogliamo liberamente essere schiavi di Maria, anche se Ella non avesse, come ha in realtà, titoli da far valere alla nostra appartenenza totale nei confronti di Lei. 

E si osservi bene, siamo schiavi d’amore

L’amore, e ogni amore, produce dipendenza. Gesù fa consistere proprio il vero amore per Lui nel compimento delle sue volontà, dei suoi comandamenti. Nella stessa misura in cui amiamo qualcuno, diventiamo dipendenti da lui, e non possiamo negargli nulla. E sembra che solo l’amore possa rendere qualcuno completamente e definitivamente dipendente. 

Questo sarà anche l’effetto del nostro amore per Gesù e per la sua Santissima Madre. Poiché questo amore è il più forte e potente che può affascinare un cuore umano, porta alla dipendenza più completa e radicale, cioè alla schiavitù. 

In un senso infinitamente più nobile dell’uomo mondano, prigioniero e schiavo dei suoi amori vergognosi, noi siamo i liberi, orgogliosi e invidiabili schiavi dell’amore più bello e puro che possa accendere un’anima umana. La nostra schiavitù deriva dall’amore, e non può provenire che dall’amore. E conduce anche all’amore, come insegna Montfort e come lo dimostra l’esperienza: conduce al più filiale e fiducioso amore a Dio e alla sua santissima Madre. 

La nostra schiavitù non è una schiavitù vergognosa e degradante. No. Infatti «servire Deo regnare est: servire Dio è regnare», è essere re. In definitiva, dunque, non abbiamo come creature che una sola grandezza e una sola gloria: quella di dipendere da Dio e da coloro che si trovano rivestiti della sua autorità. E più progredisce in questa schiavitù, e più profonda diventa questa dipendenza, tanto più gradevole diventa l’uomo agli occhi di Dio, dei suoi Santi e dei suoi Angeli. Orbene, la nostra «schiavitù» è incontestabilmente la schiavitù portata al suo apogeo, sia nella sua durata che nella sua estensione e nell’intensità della dipendenza. «Niente c’è tra i cristiani», dice a ragione Montfort, «che ci faccia appartenere ad un altro come la schiavitù; niente c’è neppure tra i cristiani che ci faccia appartenere più assolutamente a Gesù Cristo e alla sua santissima Madre come la schiavitù di volontà». Siamo orgogliosi della nostra condizione di schiavi di amore volontari di Gesù in Maria. 

"Che consolazione!"

Si pone ora la seguente domanda: quali sono le conseguenze e gli obblighi derivanti da questo atto? 

In un duplice testo nostro Padre ha fissato e condannato le conseguenze consolanti della nostra perfetta donazione. «Questa devozione fa dare a Gesù e a Maria, senza riserve, tutti i pensieri, parole, azioni e sofferenze, e tutto il tempo della vita, in modo che, sia che si vegli o si dorma, che si beva o che si mangi, che si compiano le più grandi azioni o le più piccole, è sempre corretto dire che ciò che si fa, anche se non ci si pensa, appartiene a Gesù e Maria, in virtù della nostra offerta, a meno che non sia stata espressamente ritrattata. Che consolazione!». 

E in un altro passaggio: «Conoscendo la Santissima Vergine, a cui cediamo il valore e il merito delle buone opere, dove è la più grande gloria di Dio, un perfetto servitore di questa buonissima Signora, che a Lei si è consacrato per intero, può dire senza timore che il valore di tutte le sue azioni, pensieri e parole sono usati per la maggiore gloria di Dio, a meno che non revochi espressamente la sua off erta. Si può trovare qualcosa di più consolante per un’anima che ama Dio con amore puro e disinteressato, e che apprezza la gloria di Dio e i suoi interessi più dei propri?». 

Per Montfort, dunque, è assolutamente certo che, in virtù della nostra perfetta Consacrazione, tutti gli atti della nostra vita appartengono veramente a Gesù e a Maria, e sono infallibilmente orientati alla maggiore gloria di Dio. E Montfort, guida sicura, che si muove con facilità e sicurezza nelle questioni più difficili della teologia speculativa e pratica, non esagera in alcun modo. 

Il nostro Atto di Consacrazione è un atto di volontà pienamente meditato, profondamente cosciente, realizzato con tutte le energie della nostra anima. Nessuno potrebbe dubitare che questo atto ottenga il suo effetto, e ci faccia veramente appartenere a Gesù per Maria. Per questa Consacrazione la nostra vita è orientata totalmente e per sempre a Gesù come al suo fine principale e ultimo, e a Maria come al suo fine universale immediato e secondario. Questo orientamento, in sé e per sé, è stabile e duraturo. Si farà sentire per tutta la vita, a meno che non la ritrattiamo e non la cambiamo. Questo atto di volontà può essere annullato solo da un altro atto di volontà nettamente compiuto, che esprime o implicitamente annulla il precedente. Un atto di libera volontà ha questo effetto ammirevole, quello di perdurare quanto ai suoi effetti fino a quando non lo si ritratti con un atto opposto. 

Montfort ha ragione nel dire che tutti gli atti, tutti gli istanti della nostra vita, saranno una glorificazione della nostra divina Madre. Infatti, tutto gli è stato dato: così tutte le nostre azioni, che sono atti umani, cioè, compiuti sotto l’influenza, diretta o indiretta, della volontà libera, sono orientate alla glorificazione di Dio e della sua Santissima Madre, e realizzano e accrescono realmente questa gloria. 

E Montfort non sbaglia quando osserva che non solo le nostre azioni più importanti, come la preghiera, lo studio, l’apostolato, ecc., ma anche le nostre azioni più ordinarie e insignificanti, come i pasti, il riposo, le cure corporali, la ricreazione, ecc., partecipano di questa influenza sovrabbondante della grande intenzione che domina tutta la nostra vita. Non dice San Paolo: «Mangiate, bevete, fate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio»?. 

E Montfort ha ragione quando aggiunge: «Anche se non ci si pensa». Infatti, per realizzare un’opera meritoria non è necessario che l’intenzione soprannaturale sia rinnovata o attuale: basta per questo un’intenzione generale o permanente, l’intenzione abituale. Questa buona intenzione continua ad esercitare la sua influenza sulla mia vita, finché non sia neutralizzata e annullata da un’intenzione esplicita o implicita incompatibile con la precedente. 

Questa è chiaramente la dottrina di Montfort, in perfetta conformità con la maggior parte dei teologi e con i migliori maestri della vita spirituale, come San Tommaso d’Aquino, San Francesco di Sales e molti altri.  

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L’esempio del “negrito” Manuel 

Così come nella lezione precedente abbiamo finito con una canzone a Maria, adesso vorrei finire con un esempio di schiavitù mariana preso dai quadri realizzate da suor Sacramentado, SSVM, in onore di Maria di Lujan, patrona della nostra Famiglia Religiosa. 

Un esempio di materna schiavitù d’amore molto vicino a noi, molto caro alla Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato è quello di Manuel, l’umile e fervente servo di Maria di Lujan. Si tratta di un uomo originario di Cabo Verde (oggi Dakar, in Africa), venduto come schiavo nel Brasile. Si racconta che vedendolo molto intelligente e molto umile di cuore imparò presto le verità della Fede. Era nota a tutti la purezza e innocenza con cui abbracciava le verità della religione. 

Nel 1630 Manuel marcia verso l’Argentina con il suo padrone, portando due Madonnine per essere venerate al nord dell’Argentina, nel santuario di Sumampa, oggi Santiago dell'Estero. Arrivano con le carrozze vicino ad un fiume di Buenos Aires chiamato “Lujan”... Al riprendere il viaggio le carrozze non partono e il “negrito” Manuel, mosso dalla grazia di Dio disse: “Signore, tolga dalla carrozza una delle scattole e vediamo se parte”. Così fecero ma la carrozza non partiva. “Cambiate le scatole, vediamo se in questo c’è qualche mistero” insistette Manuel... E la carrozza partì “questo indica che la statua della Madonna rinchiusa in questa scatola deve rimanere qui”. Le si costruì una piccola cappella in una casa molto umile:  “Da allora, nel più intimo dell’anima di Manuel, si formò un’unione salda e indissolubile tra il suo cuore e quello della Vergine”. 

Fu praticamente destinato al culto della miracolosa statua. Lo faceva con tanto amore e attenzione che mai mancò, per ben 40 anni, la fiamma accesa del candelabro. La serviva con somma pace e allegria. A lei era stato donato come schiavo, e lui capiva perfettamente ciò che significava tale donazione, e si riconosceva come vero ed esclusivo schiavo di Maria. 

 

La Signora Ana de Matos, grande devota di Maria di Lujan, offre la sua casa e acquista la sacra statua di Maria. Sembra strano che non acquistasse anche il servo della statua, ormai noto a tutti. Il problema riguardava dei litigi tra familiari dell’antico padrone di Manuel che consideravano che, ormai defunto, doveva essere consegnato a loro come eredità. Il “negrito” si difendeva dicendo: “Io sono della Vergine soltanto; così mi disse il condottiere delle due sacre statue, prima di morir, che io ero della Madonna e non avevo altro padrone al quale servire se non alla Santissima Vergine”. 

 

La statua però misteriosamente sparì dalla casa di Ana de Matos per ben due volte tornando alla stanza anteriore dove si trovava il suo fedele servitore Manuel... Fu dunque finalmente portato anche lui a casa di Ana de Matos. 

La Madonna di Lujan cominciò a fare tanti miracoli e grazie che il popolo ebbe una stima altissima di lei. 

Bambini guariti dalla peste, 

Bambino miracolosamente guarito. 

La pioggia in un periodo di lunga siccità. 

La preservazione davanti ad un “malone”. 

 

Il popolo immediatamente cominciò a offrire doni per la costruzione del tempio, treccia di cappelli delle ragazze, pellegrinaggi a piedi, anello di matrimonio, canti e poesie dei “gauchos” in onore di Maria, ecc. 

Ma la figura di Manuel è ciò che più ci ispira. La Madonna non volle essere accudita se non dal “suo schiavo”. Lui chiamava Maria “la mia unica padrona”. Aveva verso di lei un rapporto di dipendenza totale, ma soprattutto di amore! Un rapporto tenero e fiducioso. Siccome la Madonna spariva dalla cappella preparata e riappariva con alcune gocce di rugiada sul vestito, di abrojos, fango, Manuel la rimproverava dolcemente: “Mia Signora, quale necessità avete Voi di uscire di casa per rimediare qualsiasi necessità essendo così potente? Come mai Voi siete così amica dei peccatori, che andate a cercarli, quando vedete che essi Vi trattano così male?”. 

Erano molti i miracoli che Maria faceva per intercessione di Manuel. Uno dei più famosi fu quello di P. Montalbo, arrivato a Lujan in gravi condizioni. Manuel uscì all’incontro del povero prete “prese alcuni di quei abrojos… mescolati con un po’ del fango che toglieva dai vestiti della Madonna, e facendo di tutto questo una specie di bevanda lo diede al malato in nome della Santissima Vergine”. Fu guarito: “La Madonna la vuole come suo cappellano”. E così fu. 

Impariamo la vera devozione e quanto i più amati di Maria amano chiamarsi i loro schiavi. “Yo soy de la Virgen, nomas”. “Io sono solo di Maria, e basta”. SLM insegna a ripetere: «Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio ti appartiene, o amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre» [TVD 233]. 

Essendo dato in dote ad un'altra famiglia, Manuel continuò lo stesso al servizio della Madonna, considerandosi schiavo soltanto di Maria, e non servendola per la famiglia alla quale apparteneva. Questo servizio totale a Maria di Lujan fece discutere le famiglie. In questi momenti, mentre litigavano, Manuel rispondeva con la sua semplicità: “Io sono soltanto della Vergine, e basta… Io non ho altro padrone al quale servire se non alla Vergine Santissima”. 

A pochi giorni della sua morte Manuel disse: “La mia padrona, la Santissima Vergine, mi ha rivelato che dovrò morire un venerdì, e sabato seguente mi porterà alla gloria”. Così fu. 

“La figura mite di questo “negrito” è molto interessante. Questo dimostra ancora che Dio non si accontenta di guardare la corteccia, ciò che è esterno, superficiale, ma che il suo sguardo penetra il più intimo del cuore, e quando il cuore che Lui guarda è puro, tutto il suo essere risplende davanti ai suoi occhi; e soltanto colui che fossi puro e bianco di anima, sarà, nelle sue mani, degno ed efficace strumento delle opere grandi, utili e durature. Dove si trova l’umiltà e la rettitudine d’intenzione, lì si trova anche la sapienza, la santità. Testimone di questa verità è il negrito Manuel, la cui opera di predilezione sussiste sempre attraente e giovane nella storia di Lujan. (…) Impariamo sempre dal negro Manuel la materna schiavitù d’amore per la quale si fa offerta di tutta la nostra persona e di tutti i nostri beni a Maria, e per Lei, a Gesù, imparando a marianizzare tutta la nostra vita”  

(P. Carlos Buela, Maria de Lujan, p. 118). 

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