3° Catechesi

La gloria di Dio e il senso della vita

San Luigi Maria vuole che l’inizio della preparazione sia di 12 giorni di Esercizi Spirituali per “liberarsi dallo spirito del mondo, contrario allo spirito di Gesù Cristo”[TVD 227].

 

Siccome pochi possono iniziare la preparazione partendo da un vero e proprio ritiro, proponiamo dodici lezioni per lo stesso scopo indicato dal santo, partendo dai testi fondamentali degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, al quale probabilmente il santo ha fatto riferimento.

 

 

La Gloria di Dio

 

Sant’Ignazio parte da un breve testo che chiama “principio e fondamento” di tutta la vita cristiana. Il testo è di una profondità tale che, secondo Papa Leone XIII, «basterebbe vivere questa pagina per riformare tutto il mondo». Il principio e fondamento costituisce il punto di partenza del cristiano senza il quale il resto non ha nessun valore. Senza questo principio non vi è frutto alcuno nella vita di grazia derivante dalle nostre azioni. Senza questo fondamento è impossibile avere il minimo ordine nell’organizzazione della propria vita secondo la Volontà di Dio.

Così è scritto nel libro degli Esercizi Spirituali:

 

[23] PRINCIPIO E FONDAMENTO.

L'uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l'uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l'uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l'onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati.

 

 

Prendiamo in considerazione solo alcuni dei principi qui indicati.

 

  1. “L’uomo è creato”

 

Un santo gesuita cileno, Sant’Alberto Hurtado commentava: “Ogni ascetica solida e vera si fonda su certe realtà… per quanto umili queste possano essere”. Forse vorremmo fondare la vita di santità in certe idee eccelse, celesti…, ma invece “non si può fondare in teorie o sentimenti per quanto sublimi possano essere. Siamo creati: E’ un fatto fondamentale, che dà le fondamenta della mia spiritualità e del mio proprio essere”.

 

“Siamo stati creati”. Ecco il punto di partenza così semplice, umile ed evidente, da cui parte il desiderio più alto e sublime di tutti, la santità.

 

E’ Dio la mia origine. Prima del mio essere, trovo che io non ero, trovo il non essere. E adesso, considerando il mio essere… trovo anche il non essere: “da me, per me, per mia virtù, non c’è nulla che esiga l’essere” (S. Alberto Hurtado). Ho pieno bisogno di un “Altro” per cominciare ad esistere, e per continuare ad esistere. S Tommaso d’Aquino spiega che sebbene Dio possa creare una realtà materiale servendosi di altre realtà materiali esistenti (ad esempio il corpo umano che crea attraverso il corpo della madre), riguardo l’anima umana la situazione è diversa: essendo una realtà spirituale, Dio la crea immediatamente, senza intermediari. E’ un contatto diretto tra Lui e me. Non si serve di nulla per creare l’anima. Egli la crea con la sua mano potente a sua immagine e somiglianza. Non c’è nulla in mezzo tra la mia anima e il Creatore.

 

Consideriamo come siamo essenzialmente dipendenti da tante cose: dipendo dall’ossigeno, dal cibo, dalla luce, dal calore per vivere… dipendo da maestri, libri, esempi per conoscere… dalla grazia per essere figlio di Dio ed erede della vita eterna… Da parte mia non posso fare molto… non posso fare nulla.

Posso perdere la salute in un attimo. Tutto comincia a spegnersi in noi adulti.

“Tutto quanto vedo in me esige dipendenza” (S. Alberto Hurtado). Quanto di più noi cristiani dipendiamo da Dio nell’ordine della grazia! Gesù, che quando parlava non esagerava, diceva: senza di Me non potete far nulla (Gv 15,5)… ogni buon pensiero, ogni segno della croce fatto con devozione… dipende da Lui.

 

Sant’Ignazio non dice che l’uomo fu creato, ma che è creato. Anche adesso Dio deve darmi l’essere. Adesso deve darmi la perseveranza nella vocazione e nella grazia. Si comporta come uno che lavora in me per darmi l’essere, il pensare, l’amare, il vivere in grazia.

 

Sono creatura! Guardando la verità delle cose, la verità del mio essere devo, per giustizia concludere: Dio ha pieno diritto su di me! E’ un diritto totale essendo totale anche la mia dipendenza da Lui. Non vi è nessuna minima realtà in me che non dipenda da Lui. Conclude Padre Hurtado: “E’ ingiustizia perciò sottrargli il più minimo movimento del cuore, il più piccolo pensiero contrario a Lui, un lampo dell’intelligenza contrario alla sua Sapienza”. Tutto questo è un furto, un’ingiustizia.

Sottrarci a Dio è sottrarsi alla verità del mio essere: Perirà chi da te si allontana (Ps 72,27). Se mi allontano dalla sua Provvidenza di grazia, cadrò nella sua Provvidenza di giustizia e castigo. Dove andare lontano dal tuo volto? Se salgo in cielo là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti! (Ps 139)

 

  1. “Per lodare, riverire e servire Dio”

Dio ci ha creati… ma ora è imperante una domanda: perché mi ha creato?

Ogni volta che qualcuno agisce, agisce per qualche fine. Il fine o scopo può essere futile, vano… ma sempre si fanno le cose per qualche motivo

Per quale fine Dio ci ha creati? Lo creai per la mia Gloria (Is 43, 7). Siamo creati per la gloria di Dio… per lodarlo, riverirlo e servirlo.

 

La risposta è senza dubbio chiara e decisiva. Dio è perfetto, ha tutto, non ha bisogno di essere lodato, on crea per necessità, né per “egoismo Divino” come alcuni erroneamente vogliono far intendere, ma il mio fine viene dato per il nostro bene, per un disegno di puro amore suo che vuole innalzarci a Sé.

 

Andiamo piano per comprendere meglio.

 

 

1.2 Cos’è la gloria?

San Tommaso ne riporta una definizione di S. Ambrogio: “clara cum laude notitia”… che possiamo tradurre come “una chiara notorietà, accompagnata dalla lode” (II-II, 103, 1 ad 3um).

Anzitutto la gloria è una notizia di Dio, un’ammissione della notorietà di Dio che non è soltanto teorica o che si limiti alle parole. Non si può dire che un matematico, per il fatto di conoscere la matematica, renda gloria ai numeri. Parliamo di una conoscenza (se vogliamo possiamo chiamarla anche riconoscenza, ammirazione) che si traduce in una condotta pratica. Non basta la mera conoscenza di Dio per glorificarlo, ma bisogna realizzare qualche atto posteriore di glorificazione. Il sacerdote gesuita Louis Lallemant fa un esempio abbastanza chiaro: “il demonio possiede una scienza immensamente superiore alla nostra, ma noi lo superiamo in questo, che possiamo indirizzare il nostro sapere alla maggior gloria di Dio, cosa che egli non può fare”.

Perciò si può chiamare “riconoscenza” a Dio, alla quale segue un atteggiamento pratico. Per esempio: Riconosco che Dio è il mio Creatore e quindi mi comporto con Lui come una creatura. Conosco Dio Legislatore, e quindi mi sottometto alla sua legge. Riconosco Dio Padre mio nell’ordine della grazia, e perciò mi comporto da figlio affezionato e devoto. Dio è mio Salvatore – io lo riconosco come tale – e ascolto il suo messaggio di salvezza e coopero con Lui per salvarmi.

 

Questa riconoscenza di Dio attraverso atteggiamenti pratici è nota nei santi. Per esempio San Francesco d’Assisi rimase tutta una notte ripetendo “Mio Dio e mio Tutto”. Questo è propriamente un atto di glorificazione (non necessariamente da imitare, forse solo da ammirare). Ma dedicare tempo a Dio è il primo modo di glorificarlo. Il martirio quotidiano, il sacrificarmi per amore suo, accettare la croce, è riconoscerlo come l’Unico Signore che merita di essere servito, e questo significa rendergli gloria.

 

Ecco perché Dio non può rifiutare la Sua Gloria. Perché è quella che gli corrisponde in onore della Verità. Non riceverla o rifiutarla sarebbe falso, sarebbe una falsa umiltà. Dio ama la Verità. Anche la verità su Sé stesso. Non può pertanto rifiutare la Gloria che gli corrisponde. Gesù, pur rinunciando al suo onore permettendo l’umiliazione della Passione, non ha mai negato la sua regalità e la sua gloria.

 

2.2 Motivi per cui la gloria di Dio dev’essere il nostro fine

P. Meschler dà due ragioni per confermare che l’onore e la gloria di Dio sono il fine di tutte le creature.

1.-  Per la natura e destino delle creature:   

- Le creature, sono opera di Dio. Sono quindi in sé stesse manifestazioni della sua esistenza e attributi divini. Le cose create lodano in sé stesse la grandezza divina, come una bella opera d’arte loda in sé stessa il suo artefice. Nessuno infatti, davanti a un bel quadro, può lodare il pennello o la tempera, ma l’artista.

-Le creature, dunque, hanno in sé stesse il richiamo di riconoscere quello che sono. Quindi devono essere destinate a riconoscere il loro Creatore, a riconoscersi opere Sue, Fonte di ogni bene ricevuto in sé stesse, a lodarLo e riverirLo. Gli irrazionali, devono farlo per l’istinto, i razionali, tramite l’adorazione, la sottomissione e il servizio.

 

2.- E’ conseguenza dei fini e delle intenzioni che lo stesso Creatore si è proposto.

- Nelle sue opere ad extra deve Dio proporsi un fine ultimo. Ogni agente agisce per un fine… Perché fai quello che fai? Nessuno può rispondere “per niente”. Almeno sarà per passare un tempo noioso, per attendere tempi migliori, ma sempre, in ogni azione, esiste un motivo un fine

Ma il fine ultimo della Creazione non può essere la stessa creatura, né il bene della creatura, perché, prima di creare qualcosa, tutto è ancora fuori di Dio ed inferiore a Lui.

- Noi stessi, nelle nostre opere, abbiamo sempre un fine più elevato dell’opera stessa. Anche questo fine dà alla cosa la sua dignità e nobiltà: un metallo può essere usato per essere un martello. Avrà una dignità maggiore se usato per essere marchio di un quadro. Sarà ancora più degno e nobile se usato per la liturgia. Il fine per cui è usato lo eleva o abbassa. Il fine che Dio dà alla Creazione dev’essere Lui stesso. E questa è la nobiltà della creatura.

- E’ giustissimo perciò che Dio esiga la gloria che gli appartiene in quanto Creatore. La Creazione gli appartiene per diritto proprio. E’ opera Sua, nessuno gliela può rubare:

Dio ha creato tutte le cose per sé stesso (Prov 16,2) Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio (Lc 20,25)… date al Signore o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo Nome… (1Cr 16,29-30).

Riconoscete che il Signore è Dio, Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo… (Ps 100,3).

 

 

3. “E mediante questo salvare l’anima”

Siamo stati creati per l’eternità. Dio si fece uomo per aprirci le porte del Paradiso…Ma non tutti si salveranno… l’inferno esiste, così come ce l’ha rivelato il Signore.

Solo quelli che vogliono e cercano il premio della vita celeste l’otterranno, sempre sostenuti dalla grazia di Dio.

Una delle cose che più mette a rischio la nostra salvezza è credere che l’inferno non è una possibilità… anche per me. Molti credono che Dio è talmente Misericordioso che non può permettere che una persona vada all’inferno. Al riguardo, la santa della Divina Misericordia, Suor Faustina Kowalska, scriveva:

 

            Oggi (il 20/20/1936), sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno…

 

Dopo aver descritto le orrende pene dei dannati e l’eternità di esse, continua:

Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è.

Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno.

           

Davanti a questa tremenda realtà scrive S. Alfonso Maria de Liguori:

 

L’affare della nostra eterna salute è l’affare più importante di tutti: ci procura o la beatitudine o la rovina eterna. Egli va a terminare nell’eternità, cioè a salvarci o a perderci per sempre: ad acquistarci un’eternità di contenti o un’eternità di tormenti: a vivere una vita o sempre felice o sempre infelice. O mio Dio, che ne sarà di me! Mi salverò o mi dannerò? Può essere che mi salvi, e può essere che mi perda. E se può essere che mi perda, perché non mi risolvo ad abbracciare una vita, che mi assicuri la vita eterna?

 

Ecco perché la prima ed unica cosa importante che deve interessarci è il fine per cui siamo stati creati. Tutto si risolve qui. L’eternità può cominciare adesso, fra pochissimo. Essa si mette in gioco ad ogni scelta e parola che io dica. Ogni azione viene, per dire, stampata nell’eternità. Perciò non importa se dovrò subire in questa vita… importa se avrò glorificato Dio attraverso la sofferenza. Non importa se la vita sarà corta o lunga… importa che finisca in una eternità felice.

Ecco perché dice S. Ignazio nel Principio e Fondamento, “l’uomo deve servirsene delle cose tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo” (EE 23).

 

Chi desidera veramente santificarsi e andare in Paradiso dovrà mettere in pratica la “santa indifferenza ignaziana, la quale consiste “nel non desiderare da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l'onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati” (EE 23).

 

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Abbiamo finito di considerare il “principio e fondamento”. Passiamo ora a considerare come la consacrazione per la quale ci prepariamo renda più facile questa gloria che dobbiamo dare a Dio.

 

 

Consacrandosi a Maria

si compie in maniera perfetta il “principio e fondamento”

 

Ricapitoliamo:

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21). Non basta conoscere questa sua condizione di “Signore”, ma si esige anche un comportamento adatto a tale riconoscenza.

Bisogna glorificare Dio con le opere, azioni e atteggiamenti concreti, e troviare in questo il migliore esempio in Gesù: pensando come Lui pensava, amando come Lui amava, glorificando il Padre come Lui lo glorificava.

Se imitiamo Gesù nel suo glorificare il Padre, è doveroso farlo attraverso la devozione in materna schiavitù d’amore a Maria Santissima:

 

San Luigi Maria infatti scriveva in un testo che non lascia ombra di dubbio:

 

Gesù, la Sapienza infinita, che aveva un desiderio immenso di glorificare Dio suo Padre e di salvare gli uomini, non trovò mezzo più perfetto e più breve per farlo che sottomettersi in tutto alla santissima Vergine , non solo durante i primi otto, dieci o quindici anni della sua vita, come gli altri bambini, ma per trent'anni; e diede più gloria a Dio suo Padre, durante tutto questo tempo di sottomissione e di dipendenza dalla santissima Vergine, di quanta gliene avrebbe data impiegando questi trent'anni a fare miracoli, a predicare per tutta la terra, a convertire tutti gli uomini; altrimenti l'avrebbe fatto. Oh! quanto si glorifica altamente Dio sottomettendosi a Maria, sull'esempio di Gesù!

Avendo davanti agli occhi un esempio così evidente e così conosciuto da tutti, saremo così insensati da credere di trovare un mezzo più perfetto e più breve per glorificare Dio di quello di sottomettersi a Maria, sull'esempio di suo Figlio? [TVD 139]

 

Amare e onorare la Madonna come Cristo l’amava e onorava è ciò in cui consiste la devozione che ci insegna il santo di Montfort. Ecco perché scrive P. Hupperts: “Montfort pertanto ha ragione quando dice che – dopo la consacrazione – ogni atto, ogni istante della nostra vita, saranno una glorificazione della nostra Madre. Infatti, tutto le è stato consegnato: in maniera tale che tutte le nostre azioni, che sono atti umani, realizzati sotto l’influsso, diretto o indiretto della volontà libera, restano orientati alla glorificazione di Dio e della sua Santissima Madre, e realizzano ed aumentano realmente questa gloria”[1].

 

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Excursus

La stima della Chiesa per gli Esercizi Spirituali

secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola

 

Ci salverà la Somma Teologica

e ci salverà il libro degli Esercizi…

Mons. Adolfo Tortolo

 

Prima di procedere con il tema che ci occupa, facciamo una breve considerazione sull’importanza degli Esercizi di S. Ignazio[2]. Sono probabilmente una delle grazie più grandi che Dio ha voluto donare alla Chiesa e vale la pena considerare brevemente la loro salutare utilità in questo contesto, prima di considerare e meditare il suo contenuto.

 

Seguiamo fondamentalmente uno scritto del sacerdote gesuita P. Alberto Giampieri.

 

Vogliamo anzitutto ricordare la stima che i Papi di ogni tempo hanno nutrito per gli Esercizi spirituali in genere e per quelli ignaziani in particolare, i quali da quattro secoli sono andati sempre più largamente diffondendosi nella Chiesa. Sintetizzare, però, in poche pagine il pensiero pontificio su questo argomento è meno agevole di quanto si creda. Abbiamo fra mano un grosso volume di circa 800 pagine, nel quale sono raccolte centinaia di documenti riferentisi a 32 Pontefici, a partire da Paolo III (1534-1549) fino agli albori del regno di Pio XII (1941)[3]. Ad essi, com’è ovvio, ne andrebbero aggiunti ancora molti altri. Dovremo limitarci, quindi, a poche considerazioni piuttosto sommarie.

Segni indubbi di stima

Per invogliare clero e fedeli alla pratica degli Esercizi, i Papi hanno cominciato con arricchirli di copiose indulgenze e di numerosi privilegi. Inoltre non si stancano di inculcarli nelle circostanze più diverse: li prescrivono periodicamente al popolo sotto forma di sacre missioni; ne salutano con gioia la frequenza approvando la costituzione di apposite case e la pratica dei cosiddetti «Ritiri di perseveranza»; li consigliano come utilissimi per disporsi degnamente a ricavare i frutti dell’Anno Santo. In modo particolare li hanno sempre raccomandati e prescritti al clero, sia di rito latino sia di rito orientale: non solo come pratica penitenziale in riparazione di qualche errore commesso o come salutare oasi di raccoglimento dopo il servizio militare, quando e dove esso era obbligatorio, ma anche e soprattutto come uno dei più potenti mezzi di formazione e di santificazione sacerdotale. Li prescrivono ai seminaristi e ai religiosi prima degli ordini o dei voti; li raccomandano ai Vescovi ed al clero diocesano non meno di ogni tre anni; li rendono obbligatori annualmente ai religiosi, ed esigono che nei rapporti periodici da inviare a Roma venga fatta espressa menzione dell’adempimento di queste prescrizioni.

           Le direttive pontificie trovano la più alta espressione e ricevono una codificazione quanto mai autorevole in parecchi solenni documenti, a cominciare dal Codice di diritto canonico che se ne occupa una decina di volte. Vivente ancora il Loyola, il 31 luglio 1548, Paolo III nel breve Pastoralis officii cura approvava solennemente il libretto ed il metodo degli Esercizi ignaziani, dicendoli «pieni di pieta e di santità, utilissimi e giovevoli all’edificazione e al profitto spirituale dei fedeli». Nel 1586 Sisto V li rese obbligatori per tutti gli alunni dei seminari pontifici, e Clemente VIII nel 1592 estese tale prescrizione agli alunni di tutti i seminari. Pio X (1904) - e prima di lui anche Alessandro VII (1662), Innocenzo XII (1699), Pio VIII (1829) e Leone XIII (1889) - dimostrano una particolare sollecitudine affinché il clero romano desse a tutti l'esempio di fedeltà agli Esercizi. Ed anche Giovanni XXIII indicava ai parroci dell’Urbe gli Esercizi Spirituali come il mezzo più idoneo per disporsi al Sinodo diocesano.

Ancora Pio X, nell'esortazione Haerent animo al clero cattolico sulla santità del sacerdozio (1908), elenca al primo posto, tra i mezzi di perfezione sacerdotale, gli Esercizi spirituali annualmente praticati. Lo stesso inculcheranno Pio XI nell'enciclica Ad cattolici sacerdotii fastigium (1935), e Pio XII nell'esortazione Menti nostrae (1950). Ma Pio XI volle fare ancora di più per dimostrare la stima per la pratica degli Esercizi: nel 1922 proclamò Sant’Ignazio di Loyola celeste patrono di tutti gli Esercizi spirituali; nel 1929, poi, ricorrendo il suo giubileo sacerdotale, indirizzò a tutti i fedeli l'enciclica Mens nostra per esaltarne l'immensa utilità ed inculcarne sempre maggiormente la pratica. Pio XII, infine, nella lettera Nosti profecto (1940), si diffuse in ampie lodi dell’ascetica degli Esercizi, richiamando fra l'altro alcune attestazioni dei suoi predecessori, specialmente di Benedetto XIV che aveva definito «ammirabile» il libretto ignaziano (breve Quantum secessus, 1753), e di Pio XI che riteneva gli Esercizi un «singolare presidio per l'eterna salvezza».

 

Alcune testimonianze
 

  • Clemente XIII li disse: «profittevolissimi alla religione e alla salute delle anime» (1759).

  • Leone XIII, al clero di Carpineto che lo ringraziava per il dono di una casa di Esercizi, diceva : «Avete ragione di ringraziarci, perché dono più bello e più utile non potevamo farvi. Nella nostra vita avevamo cercato un qualche libro che appagasse il nostro spirito. Quando conoscemmo il piccolo libro degli Esercizi del Loyola, trovammo il tesoro desiderato. Basterebbe la prima pagina sul fine della vita dell'uomo, per riformare tutto il mondo».

  • Pio X: «La pratica degli Esercizi ha prodotto meraviglie di fede e di santificazione, facendo irradiare la perfezione cristiana dalla vita personale alla vita familiare e a quella sociale» (1910).

  • Pio XI: diceva del apostolato degli Esercizi: «Non c’è frutto di vita e di pieta cristiana che non sia lecito sperare» da esso (1935). Gli Esercizi sono, per questo Papa, la «Regina di tutte le pratiche pie» (1938), un «infallibile mezzo di santificazione e di elevazione» (1925). E ancora scriveva «Persuasi, come siamo, che la maggior parte dei mali del nostro tempo provenga dalla mancanza di riflessione; assodato pure che gli Esercizi spirituali secondo il metodo ignaziano siano di grandissima efficacia per eliminare quelle ardue difficoltà nelle quali si dibatte, qua e la, la società contemporanea; essendo anche provato che, oggi come nel passato, dalla pratica degli Esercizi matura un’ampia messe di virtù sia tra i sacerdoti e i religiosi sia anche – cosa singolarmente degna di menzione ai tempi nostri – tra i laici e tra gli operai : ardentemente desideriamo che l’uso di tali Esercizi spirituali si diffonda sempre più largamente» (1922). E ancora: «Gli Esercizi ignaziani hanno contribuito con efficacia tutta particolare all’ascensione spirituale delle anime, guidandole alle più alte vette dell'orazione e dell’amore divino attraverso la via sicura dell’abnegazione e della vittoria sulle passioni, senza esporle alle sottili illusioni dell’orgoglio» (1929).

  • Pio XII: Gli Esercizi sono «codice delle battaglie e delle vittorie intime e capitali dell’uomo ... ; palestra dell'anima». Essi «saranno sempre uno dei mezzi più efficaci per la rigenerazione del mondo e per il retto ordinamento di esso, a condizione, però, che continuino ad essere autenticamente ignaziani» (1948).

  • San Giovanni XXIII nei discorsi di chiusura degli Esercizi in Vaticano ha sempre messo in risalto la preziosità di questa grazia, congratulandosi col predicatore per «la completa fedeltà al metodo di sant’Ignazio, più volte approvato e tanto raccomandato dai Sommi Pontefici» (1958).

  • San Giovanni Paolo II scriveva ai Padri gesuiti: «Per un più profondo rinnovamento nella vita cristiana si rivelano mezzo particolarmente efficace gli “esercizi spirituali” di sant’Ignazio, che hanno segnato un’orma indelebile nella storia della spiritualità».

  • Riguardo Papa Francesco, gesuita, la stima degli esercizi è ancora più evidente nelle continue citazioni del libro di Sant’Ignazio riscontrabili per esempio in Evangelii gaudium; Amoris laetitia, Gaudete et exsultate; nelle Meditazioni mattutine (16 maggio 2013, 21 maggio 2013), Omelia in occasione della festa di sant'Ignazio, 2013, Lettera al Presidente della Conferenza episcopale argentina in occasione della beatificazione di padre José Gabriel Brochero, 14 settembre 2013; Ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per l'educazione cattolica, 13 febbraio 2014; Ai partecipanti all'Assemblea della Federazione Italiana Esercizi Spirituali (FIES) 3 marzo 2014; Ai rettori e agli alunni dei pontifici collegi e convitti di Roma 12 maggio 2014. La lista sarebbe ancora più lunga ma bastino queste citazioni per ribadire la stima che l’attuale Pontefice ha sempre dimostrato per gli Esercizi ignaziani.

 

Il tempo è scarso per aggiungere la stima che hanno avuto i santi di questi Esercizi. Ci basti la testimonianza tanto autorevole dei Papi.

 

Fra tutte le pratiche che noi possiamo consigliare ad un anima per il suo bene, fra tutti i mezzi di santificazione che possiamo offrire, gli Esercizi sono senza dubbio il migliore di tutti. Così lo considerava lo stesso S. Ignazio il quale affermava senza esitare ciò a cui noi aderiamo pienamente: «gli esercizi sono la cosa migliore che in questa via io possa pensare, sentire, capire, affinché l’uomo approfitti nella sua vita, per poter dare frutto ed essere d’aiuto per gli altri».

 

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Pratiche: prova ad iniziare la giornata cercando di offrire a Dio ogni tua azione: i momenti di preghiera, di studio, lavoro, riposo, con la famiglia, con gli amici… tutto dev’essere offerto a Dio appena ti svegli.

Inizia dicendo questa preghiera: “ …

 

[1]J. M. Hupperts, Fundamento y práctica de la vida Mariana, tomo I: “todo de Maria”, Editorial Servidoras, Roma 2020.

[2]Seguiamo i passi dell’articolo scritto da di P .Alberto Giampieri SJ, Il pensiero dei Papi sugli Esercizi Spirituali.

[3] C. H. Marin s.i., Spiritualia Exercitia secundumRomanorum Pontificum documenta, Barcellona 1941

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