7° Catechesi

Lo spirito delle beatitudini


Dalle volte le cose si conoscono meglio attraverso i loro contrari. La luce splende di più se si accende in mezzo alle tenebre. La virtù si ama di più quando si pensa alla bruttezza del vizio contrario. 
Allontanarsi dallo spirito del mondo è qualcosa necessaria. È’ ciò che si esige nei primi giorni della preparazione alla consacrazione. Abbiamo considerato il mondo in sé. Tocca ora considerare la bellezza dello spirito contrario: lo spirito delle beatitudini.

Il Signore diede il segreto della vita felice. È felice la vita di chi considera la vita eterna come la sua vera patria. 
Perciò, nel dire dove si trova la felicità, il suo discorso diventa il più rivoluzionario di tutti i tempi:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.
Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa Mia. Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa sarà grande nei Cieli. Infatti allo stesso modo hanno trattato i profeti prima di voi
(Mt 5, 3- 12).

Ci insegna che in queste cose si trova la felicità non perché sia gradevole piangere od essere perseguitati. Ma perché la Vera Vita viene rassicurata.
Ma… Vivere le beatitudini è reale? È qualcosa di umano? Gesù addirittura parla di sentimenti di gioia di fronte alla povertà, ai pianti, alle persecuzioni… Dice beati, rallegratevi, esultate…
Due domande per guidare questa lezione. Anzitutto dimostrare che tale spirito è praticabile dai laici, perché così lo hanno vissuto innumerevoli di loro. In secondo luogo, la persona che vive questo spirito, è uno che vive una vita umanamente piena e psicologicamente sana.

 

1)    Prima domanda: I laici sono chiamati a vivere lo spirito delle beatitudini:

Il laico e lo spirito delle beatitudini

Sul Direttorio del Terz’Ordine dell’IVE (n. 206) ciò che sembra diretto solo ai religiosi invece viene consigliato ai laici: “La stoltezza della Croce consiste nel vivere le beatitudini. Beati gli stolti per Cristo! Saranno portati di qua e di là, rideranno di loro e li considereranno lenti, ritardati e persino deboli di mente: di essi è il Regno dei Cieli. Beati gli stolti per Cristo! Perché si sono spogliati di se stessi e sono davanti a Dio con tutto il loro candore. Beati gli stolti per Cristo! Nessuna sapienza del mondo potrà mai ingannarli. È la follia dell’amore senza limiti né misure. È benedire coloro che ci maledicono , non rendete a nessuno male per male (Rm 12,17)”.
E nei numeri 352 – 353 si dice ancora riguardo la vita matrimoniale: 

 

“Vogliamo che le coppie matrimoniali appartenenti alla nostra Famiglia del Verbo Incarnato splendano come torce in questo mondo ateo e materialista (…) Per questo vogliamo testimoniare davanti al mondo:
che è possibile abbracciare le esigenze del Vangelo senza timore né riserve, a imitazione della Sacra Famiglia; e che è possibile vivere lo spirito delle Beatitudini nel matrimonio, portandolo fino alle massime conseguenze.

 

Nel non aderire alle attuali mode che distruggono la famiglia, il matrimonio, le coppie dimostrano di avere lo spirito delle beatitudini. Per raggiungere questo spirito, nel numero 448 si dà come consiglio l’amore di Dio e l’unione con Lui attraverso la preghiera. Cosa che un laico certamente può riuscire a realizzare:


448. In questa unione con Dio si misura tutto l’esito apostolico per mezzo della carità; i laici “spinti dalla carità che procede da Cristo, fanno il bene  a tutti. Specialmente ai loro fratelli nella fede, deposta ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza (1 Pt 2, 1), per attrarre così gli uomini a Cristo. La carità di Dio che è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5), dà ai secolari la capacità di esprimere nella loro vita lo spirito delle Beatitudini .

Ma questo può sembrare ancora troppo teorico. Vediamo come tale proposta sia stata concreta nella vita di Pier Giorgio Frassati, al quale lo stesso Papa diede il titolo imparagonabile di “l’uomo delle beatitudini”.

2. Pier Giorgio Frassati, il “giovane delle otto beatitudini”

Omelia di San Giovanni Paolo II, Domenica, 20 maggio 1990)

Seguiamo soltanto alcune delle parole che rivolse il Papa nel giorno della beatificazione

Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3, 15).
Nel nostro secolo Pier Giorgio Frassati, che a nome della Chiesa oggi ho la gioia di proclamare beato, ha incarnato nella propria vita queste parole di san Pietro. La potenza dello Spirito di verità, unito a Cristo, lo ha reso moderno testimone della speranza che scaturisce dal Vangelo, e della grazia di salvezza operante nel cuore dell’uomo. È diventato, così, il testimone vivo e il difensore coraggioso di questa speranza a nome dei giovani cristiani del secolo ventesimo.
La fede e la carità, vere forze motrici della sua esistenza, lo resero attivo e operoso nell’ambiente in cui visse, in famiglia e nella scuola, nell’università e nella società; lo trasformarono in gioioso ed entusiasta apostolo di Cristo, in appassionato seguace del Suo messaggio e della Sua carità.
Il segreto del suo zelo apostolico e della sua santità, è da ricercare nell’itinerario ascetico e spirituale da lui percorso; nella preghiera, nella perseverante adorazione, anche notturna, del Santissimo Sacramento, nella sua sete della parola di Dio, scrutata nei testi biblici; nella serena accettazione delle difficoltà della vita anche familiari; nella castità vissuta come disciplina ilare e senza compromessi; nella predilezione quotidiana per il silenzio e la “normalità” dell’esistenza.
Certo, a uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno pieno di vita, non presenta granché di straordinario. Ma proprio questa è l’originalità della sua virtù, che invita a riflettere e che spinge all’imitazione. In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l’adesione al Vangelo si traduce in attenzione amorosa ai poveri e ai bisognosi, in un crescendo continuo sino agli ultimi giorni della malattia che lo porterà alla morte. 
Tutta immersa nel mistero di Dio e tutta dedita al costante servizio del prossimo: così si può riassumere la sua giornata terrena! La sua vocazione di laico cristiano si realizzava nei suoi molteplici impegni associativi e politici, in una società in fermento, indifferente e talora ostile alla Chiesa. Con questo spirito Pier Giorgio seppe dare impulso ai vari movimenti cattolici, ai quali aderì con entusiasmo, ma soprattutto all’Azione Cattolica, oltre che alla FUCI, in cui trovò vera palestra di formazione cristiana e campi propizi per il suo apostolato. Nell’Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e s’impegnò ad amare Gesù e a scorgere in Lui i fratelli che incontrava nel suo cammino o che cercava nei luoghi della sofferenza, dell’emarginazione e dell’abbandono per far sentire loro il calore della sua umana solidarietà e il conforto soprannaturale della fede in Cristo.
Morì giovane, al termine di un’esistenza breve, ma straordinariamente ricca di frutti spirituali, avviandosi “alla vera patria a cantare le lodi a Dio”.
L’odierna celebrazione invita tutti noi ad accogliere il messaggio che Pier Giorgio Frassati trasmette agli uomini del nostro tempo, soprattutto a voi, giovani, desiderosi di offrire un concreto contributo di rinnovamento spirituale a questo nostro mondo, che talora sembra sfaldarsi e languire per mancanza di ideali.
Egli proclama, con il suo esempio, che è “beata” la vita condotta nello Spirito di Cristo, Spirito delle Beatitudini, e che soltanto colui che diventa “uomo delle Beatitudini” riesce a comunicare ai fratelli l’amore e la pace. Ripete che vale veramente la pena sacrificare tutto per servire il Signore. Testimonia che la santità è possibile per tutti e che solo la rivoluzione della carità può accendere nel cuore degli uomini la speranza di un futuro migliore”.

2)    La vita umana è vissuta in pienezza soltanto attraverso le beatitudini:

Passiamo ora alla seconda parte: Vivere lo spirito delle beatitudini non solo dà all’uomo la maturità per la vita eterna, ma anche per la vita temporale:

Riportiamo di seguito uno scritto di P. Miguel Angel Fuentes, IVE:

“Le Beatitudini ci fanno entrare nel cuore del sermone della montagna e di tutto il Vangelo; Sono “l’acquatinta” del cristianesimo: nero su bianco. Da esse, tutto risalta con nitidezza.
Hanno costituito coerentemente uno dei temi preferiti di numerosi esegeti, commentatori biblici, predicatori e teologi. San Tommaso ha detto, riguardo ad esse, che esprimono gli atti più perfetti che realizzano le virtù essendo perfezionate dai doni dello Spirito Santo. Detto in altre parole: sono lo zenit (il punto più alto) dell’operare cristiano soprannaturale o il punto di arrivo di tutto il lavoro per raggiungere la maturità cristiana.

Però è evidente che si arriva ad un porto sempre quando si abbia navigato con la rotta puntata verso di esso. Le Beatitudini contengono, pertanto, anche la direzione verso la quale si deve avanzare nell’itinerario verso la maturità umana.  Ciascuna di esse allude ad una attitudine propria ed essenziale per la maturità. Chi si sforza di camminare per questi sentieri si trova in via di maturazione. Nella misura in cui si raggiunga ciascuna di queste disposizioni psichiche e spirituali, si potrà misurare il grado di maturità umana. Al contrario, chi è privo di qualcuna di queste attitudini, soffre di immaturità. 

Non sono, infatti, qualità opzionali, ma indispensabili. Sono otto proprietà di base della maturità, che descrivono la relazione della persona con i “campi di battaglia” della vita: 1) il mondo materiale, 2) le passioni, 3) i fallimenti morali, 4) la santità, 5) la miseria altrui, 6) la sfera affettiva e sessuale,7) il risentimento e la divisione tra gli uomini e 8) il mistero della sofferenza personale.

Le formule che Gesù utilizza per le Beatitudini ci aiutano a sondare i pensieri del nostro cuore e la posizione che abbiamo davanti a queste pressanti realtà. Spiritualmente rivelano la nostra appartenenza a uno dei due possibili amori: Dio o il mondo. Psicologicamente rivelano la maturità o immaturità del nostro carattere.

1)    “Beati i poveri in spirito”: detto in altro modo: “Felici coloro che sono distaccati” dalle cose materiali. Questa Beatitudine “esplora” la maturità della nostra relazione con i beni creati. Sia quelli esteriori (o materiali) sia quelli interiori (psicologici e spirituali).
La povertà di spirito implica la libertà di fronte ai beni terreni, davanti all’avere o non avere, (ciò che sant’Ignazio chiama “indifferenza ”). Suppone anche una certa sfiducia o delusione riguardo alle soluzioni che promettono le realtà terrene, che è come dire riconoscere che esse non possono risolvere completamente i nostri problemi né, tantomeno, soddisfare le nostre necessità spirituali; solo Dio può rispondere alle esigenze del nostro spirito. Vivere questa Beatitudine richiede, infine, l’atteggiamento spirituale del vero povero: l’umiltà. 
Il “povero” in senso biblico è colui che si riconosce bisognoso e dipendente da Dio e capisce che tutto riceve da Lui. 
L’espressione più lucida e importante del povero o umile è il distacco da se stessi, che possiamo chiamare “sano oblio di sé” (perché esiste anche un oblio malsano).

Da questo atteggiamento seguono innumerevoli beni che portano il nostro carattere alla sua vera fioritura; tra di essi possiamo sottolineare:
-    La serenità di fronte alle difficoltà materiali; 
-    La pace dell’anima nelle situazioni di ristrettezza;
-    La fiducia posta esclusivamente in Dio. 

A sua volta, l’umiltà, che abbiamo segnalato come condizione del vero povero, germina in realismo, oblio di sé, e in un grande potere davanti a Dio (“La preghiera dell’umile penetra le nubi”, si legge in Sir 35, 17).

 

In cambio, la mancanza di questa attitudine si traduce in un atteggiamento ansioso o avido di cose terrene. Nell’ordine materiale si presenta nei vizi della cupidigia e della avarizia. Genera inquietudine, angustia, sfiducia e preoccupazione. Nell’ordine spirituale, ci incontriamo con l’egoismo e con il vivere ripiegati su se stessi. Per questo la mancanza di questo “oblio di sé” è al centro di tutti i comportamenti nevrotici; di fatto il gruppo “Nevrotici Anonimi” – ispirato alla metodologia degli “Alcolisti Anonimi” – afferma che la nevrosi è “causata dall’egoismo innato della persona, che le impedisce di avere la capacità di amare”.

Se volessimo sondare il nostro cuore circa questo aspetto particolare dovremmo chiederci: 

Sono attaccato a qualche cosa o persona? Quali sono le mie paure? (queste rivelano gli attaccamenti); 
Che effetti ha causato, tanto in me stesso quanto negli altri, l’attaccamento o la fiducia nelle cose terrene? 
Vivo pensando a me stesso? Faccio girare tutte le cose intorno a me, intorno ai miei gusti, o alle mie preoccupazioni? Sono io il criterio definitivo dei miei giudizi?

Quando si localizza qualche mancanza seria di indipendenza rispetto alle cose terrene sarà necessario lavorare non solo sulla povertà ma anche -  e soprattutto – sull’oblio di sé, infatti la lotta contro l’“ossessione di se stesso” è tanto alla base di tutto l’itinerario spirituale come alla base di qualsiasi trattamento psicologico da cui ci si aspettino risultati seri. Sarà anche necessario lavorare per acquisire l’umiltà e la fiducia in Dio.

2)    “Beati i miti”, che è come dire “felici coloro che dominano le loro passioni”. Mite è colui che domina la sua ira, la sua rabbia, le sue proteste; è colui che è capace di perdonare. Questa Beatitudine implica la sottomissione della passione dell’ira, ossia, “addomesticare” il proprio cuore, come si fa con un animale impulsivo e capriccioso. Suppone la virtù dell’umiltà (di fatto, la parola greca usata in questa Beatitudine che traduciamo con mansuetudine, equivale anche ad umiltà).
Da essa si seguono numerosi beni: 

-    La pace dell’anima che sgorga dalla quiete delle passioni; 
-    Grande forza spirituale, infatti chi si domina ha a suo servizio tutte le energie che le sue passioni            incontrollate consumerebbero; 
-    Rende l’anima attraente, infatti, come dice il proverbio, “si catturano più mosche con una goccia di miele che con un barile di fiele”, perciò questa Beatitudine ha caratterizzato tanti santi che hanno trascinato tanti, come san Francesco di Sales, san Giovanni Bosco, san Francesco d’Assisi e via dicendo.

Al contrario, la mancanza di questo atteggiamento caratterizza una forma di immaturità che inacidisce lo spirito rendendolo insopportabile agli altri e anche a se stesso; rende schiava la nostra psicologia di una passione logorante; isola la persona rendendo difficili i suoi modi, che spesso finisce per essere abbandonata o, almeno, evitata; alimenta il risentimento, esagera le colpe altrui, genera violenza, odio, rancore, vendetta, divisione eccetera.

Chiunque voglia sondare la regione del proprio cuore che denominiamo “appetito irascibile” dovrebbe domandarsi: 
 

Scopro in me risentimenti o lamentele? Maltratto gli altri con le mie parole, gesti o comportamenti? Sono vendicativo, brusco, violento? Ho reazioni impulsive di cui poi mi pento? Faccio fatica a chiedere perdono? Perdono con facilità e prontezza?  Coloro che pensano di coltivare questa caratteristica spirituale dovranno disciplinarsi nell’autocontrollo e nel dominio delle proprie passioni (specialmente l’ira, la paura e la tristezza) e inoltre praticare l’arte di imparare a perdonare e la virtù di base dell’umiltà.

3)    “Beati quelli che piangono”, inteso principalmente come pianto dei propri peccati, ossia “felici coloro che si pentono dei loro errori e peccati e cercano di correggersi riparando al male fatto”.

Questa dimensione spirituale racchiude tre caratteristiche essenziali per la maturità umana.

a)    Per prima cosa, la capacità di riconoscere i propri errori, peccati e sbagli, valutando la responsabilità che si è avuta in essi. Questa consapevolezza, tuttavia, deve essere equilibrata e realista, perché la coscienza del peccato non deve confondersi con un certo senso patologico del peccato per il quale una persona tende a non sentirsi perdonata nonostante l’aver ricevuto il perdono di Dio o del prossimo offeso. 
b)    In secondo luogo, il poter pentirsi di ciò che si è fatto. 
c)    E infine, l’intenzione di chiedere perdono e riparare ai danni e alle offese (nella misura in cui ciò sia possibile).

Seguono da ciò rilevanti beni come la capacità di correggersi costantemente e di andare avanti nella vita nonostante gli errori commessi; il riconciliarsi prontamente con Dio e con il prossimo; la pace dell’anima (come lascia intravedere Gesù nel premio che attribuisce a questa Beatitudine: “Saranno consolati”).

Al contrario, l’immaturità su questo piano arreca grandi difficoltà tra le quali dobbiamo sottolineare una terribile nota negativa per l’anima: la mancanza di dolore per il peccato, che può arrivare a inclinarsi ad una linea pericolosa; precisamente si denomina psicopatica la persona impassibile al dolore che essa stessa causa negli altri; allo stesso tempo, la mancanza di pentimento o di empatia può portare ad attitudini sadiche. Inoltre, chiude l’anima in se stessa e la mette contro Dio; fa imitare il principale tratto psicologico dei dannati eterni, che è la mancanza di pentimento per il male commesso. Produce desolazione e disperazione. Dal falso senso del dolore seguono anche mali molto grandi come la sofferenza patologica per le proprie mancanze, l’incapacità di perdonare se stessi, o la tendenza a ritornare costantemente su colpe passate su cui Dio ha riversato la Sua Misericordia.

L’analisi del cuore dovrebbe passare attraverso queste domande: 

Qual è la mia attitudine affettiva di fronte ai miei peccati? Che senso di responsabilità ho verso i miei atti? Comprendo che oltre a pentirmi devo riparare, nella misura del possibile, gli errori commessi? Questo lo faccio con serenità oppure ho un senso di colpa sproporzionato? Sono cosciente del dolore che provoco agli altri? Evito di far soffrire il mio prossimo o mi risulta indifferente? Ecc…

Nel caso in cui si trovassero anomalie in questo campo si dovrebbe lavorare sul senso del peccato, sull’umiltà del cuore e sull’oblio di sé. E, nel caso in cui esistesse un sentimento patologico di colpa, lo sforzo passa per l’acquisire il vero senso del peccato e la capacità di perdonare.

4)    “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”. Nella Sacra Scrittura il “giusto” è il servo di Dio, quello che noi chiamiamo la persona “santa”. Perciò, questa beatitudine potrebbe essere formulata così: “felici coloro che aspirano alla santità, alla virtù e a ciò che è nobile”. Questa Beatitudine esplora le nostre aspirazioni e, conseguentemente, la maturità che esse rivelano: siamo indifferenti, mediocri o distaccati nella nostra tendenza alla santità?

Implica il desiderio di santità (giustizia deve intendersi in questo senso); [implica] anche l’esistenza nel nostro cuore della tanto importante virtù della magnanimità, poiché si sottolinea il carattere di “grandezza” e “sforzo” al parlare di “fame e sete” e non di semplice “desiderio” (è un desiderio intenso, tenace, affannoso). Comprende anche un desiderio totale, già che questa Beatitudine è espressa nel testo greco in accusativo (il che manifesta che si riferisce a “tutta la giustizia”, infatti si direbbe: coloro che hanno fame e sete di tutta la giustizia) e non in genitivo (che indicherebbe una parte della giustizia). Non parla di isolati atti giusti o santi, ma della santità in sé; la persona che ha fame e sete di santità è quella che vuole essere santa, non quella che aspira a realizzare di quando in quando qualche atto buono.

Questo atteggiamento conduce effettivamente alla santità, perché il Regno dei Cieli lo conquistano solo i violenti (cfr. Mt 11, 12); di conseguenza, è un segno di grande maturità spirituale. Inoltre questo desiderio manifesta una volontà vera ed effettiva, genera una grande allegria spirituale e dà vera pazienza nelle difficoltà quotidiane perché chi aspira a qualcosa di molto prezioso considera di poca importanza le difficoltà che esige il conseguirlo.

Dall’altra parte, chi manca di questo atteggiamento manifesta vari segni di immaturità spirituale. Anzitutto, il cuore punta ad ideali distanti da ciò che è stato proposto da Gesù Cristo. 
Se i nostri desideri più ardenti (ossia quelli che ci inquietano, che ci fanno spazientire, che paiono metterci formiche dentro al corpo e che non ci permettono di dormire tranquilli fino a che non li abbiamo realizzati), non si riassumono in “essere santi”, quindi la santità è, per noi, qualcosa di accessorio. Per di più, forse è stata scartata dalla vita per essere considerata poco appetibile o impossibile. Ma la rinuncia alla santità è il primo passo verso la disperazione. Quando mancano questi desideri, si comincia immediatamente, anche se inizialmente in modo incosciente, ad accomodarsi a questa vita, a stabilirvisi, ad insediarvisi; in atre parole, a mondanizzarsi. Dagli affetti mondani ci separa solo un desiderio ardente di qualcosa di grande, santo o nobile. D’altra parte, la mancanza di desideri ardenti è un segno di pusillanimità e genera accidia spirituale.

Il cuore si esamina chiedendosi: 

Quali sono i miei principali desideri? Che sentimenti sveglia in me il pensiero della santità: consolazione o fastidio? entusiasmo o disinteresse? pigrizia, astio, noia? o, al contrario, interesse, coraggio, entusiasmo? Lavoro seriamente per la santità? Ho progetti nobili, grandi, trascendenti o divini? O vivo forse una vita trascinata, conformata con un volo gallinaceo, senza aspirazioni interessanti?

Quando debba lavorare su questo tema, sarà necessario lavorare sulla santità (natura, necessità, mezzi per raggiungerla ecc.), porre davanti ai propri occhi gli esempi incarnati di santità che entusiasmano il cuore e coltivare - - contro l’apatia – la carità reale e concreta.

5) “Beati i misericordiosi”, o anche: “Felici coloro che si impietosiscono del prossimo, coloro che si dolgono dei mali altrui e cercano di porvi rimedio, coloro che guardano alle necessità altrui più che alle proprie”.

Questa Beatitudine propone la vera misericordia, che non si confonde con la falsa tenerezza. La parola ebraica per designare la misericordia (checed) indica la capacità di mettersi nei panni dell’altra persona per vederla come la vede lei, sentirla come la sente lei, e soffrire come soffre lei. Così è stata la misericordia di Cristo, il Quale soffrì capendo ciò che soffriamo noi, dal di “dentro”, come dice l’autore della Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 4, 15). Non si tratta di un’attitudine meramente sensibile, ma principalmente spirituale: è il dolore spirituale per il male spirituale, che è il peccato o allontanamento da Dio. Per questo spinge all’azione, a rimediare - nella misura del possibile - il male. 

Da questa Beatitudine seguono innumerevoli beni. 

-    Anzitutto, è una delle attitudini che più abbelliscono l’anima: il cuore misericordioso è quello che più somiglia a Dio, poiché la misericordia è l’attributo divino più percepito dagli uomini, già che tutto quanto conosciamo di Dio, lo conosciamo perché Lui misericordiosamente si piega fino a noi e ci apre il Suo Cuore e i Suoi misteri. 
-    Questa qualità preserva anche da una delle infermità più corruttrici dell’anima umana: la sclerosi spirituale o durezza di cuore, ossia l’incapacità di percepire il dolore altrui. 
-    Allo stesso modo dà all’anima un’enorme delicatezza spirituale e affettiva per trattare gli altri: il vero misericordioso evita di far soffrire il prossimo, perché il suo principale interesse è alleviare la sofferenza, non causarla né aumentarla. 
-    Ugualmente, rende amabile la persona e le dà una grande capacità nei modi; per questo il misericordioso è sempre cercato e accolto con venerazione, anche da coloro che professano idee totalmente differenti (è notevole, ad esempio, come religioni discrepanti con il cattolicesimo, come l’induismo o l’islam, o ideologie che lo perseguitano, alcune volte si sono viste obbligate a rispettare coloro che praticano la misericordia, come è accaduto a Madre Teresa di Calcutta in India e in Cina). 
-    Infine, la misericordia fa sì che la persona sia rivolta verso il prossimo e decentrata da se stessa, evitando che giri sui propri problemi; in tal senso è una protezione contro le diverse forme di nevrosi che sgorgano dall’egocentrismo.

La mancanza di questa attitudine genera l’infermità spirituale e psicologica della “durezza di cuore” o “mancanza di empatia”. Spinge anche a vivere rivolti ai propri problemi con gli occhi aperti esclusivamente sulle proprie sofferenze; così può generare numerose forme di auto-compassione e di nevrosi.

Per sondare il cuore dovremmo domandarci: 

Sono indifferente alle sofferenze altrui? Sono, forse, sensibile al dolore degli altri però incapace di aiutarli effettivamente? Mi preoccupano maggiormente i miei propri problemi rispetto a quelli degli altri? Sono capace di caricarmi delle sofferenze degli altri, a prescindere dal fatto che ciò significhi un peso extra per me? Penso più a me stesso che agli altri? 

E nel caso in cui noti difetti in questo campo, dovrei lavorare sull’oblio di sé, sull’essenza della vera carità e sul senso della sofferenza.

6)    “Beati i puri di cuore”. Sebbene questa espressione sia stata diversamente interpretata dai commentatori delle Beatitudini, considererò qui solo una delle sue accezioni: quella riferita alla purezza e alla castità. In tal senso equivarrebbe a dire: “Felici coloro che amano e praticano la virtù della purezza”. La purezza/castità è uno degli elementi essenziali della maturità umana. La lussuria e la labilità sul piano sessuale è manifestazione inequivocabile di immaturità essendo una fissazione su comportamenti puberi o pre-puberi.

 

Questa attitudine implica la castità non solo nelle opere esteriori, ma anche nelle intenzioni, nei pensieri e nei desideri; ossia, la decisione positiva di essere puri, evitando di giocare con il pericolo in qualunque campo o grado; suppone anche il coltivare il pudore e la mortificazione esteriore ed interiore. Però, per l’altro verso, non ha niente a che vedere con il comportamento nevrotico di fronte alla sessualità che vede il peccato dove non c’è, o che si turba per i movimenti non deliberati e involontari della nostra natura.
 
Restano da dire tutti i beni che seguono da questa disposizione: la pratica profonda della castità (che include tutta la nostra affettività) è:

-    Causa di grande equilibrio per l’anima, 
-    Serenità del cuore 
-    Connaturalità rispetto alle realtà spirituali 
-    Garantisce una maturazione sessuale omogenea e, eventualmente, un vivere in modo pieno e armonico della sessualità all’interno della vocazione al matrimonio.

Al contrario, la mancanza di questa condizione, - che si presenta nel vizio dell’impurità sotto qualsiasi forma, inclusa l’impurità nelle intenzioni, nei desideri, nei pensieri, nell’imprudenza nelle occasioni di peccato, nella curiosità in ciò che comporta pericolo di sensualità e lussuria ecc.– è uno dei disordini più distruttivi e degradanti della persona, perché facilmente conduce a:

-    Una condotta disordinata, 
-    Diventa un vizio, e può convertirsi in una dipendenza (in altri termini, tende al peggioramento progressivo). 
-    Produce insensibilità di fronte al peccato: quello che inizialmente si vedeva come male, passa facilmente ad essere tollerato, a vedersi come “normale”, come “inevitabile”, come “necessario” e via dicendo. 
-    Infine, non sarebbe strano che porti a comportamenti contro natura.

Se vogliamo sondare il cuore in questo campo, oltre a considerare come giudichiamo personalmente i disordini contro la castità (molti hanno giudizi erronei su questa materia), dovremmo anche esaminare le nostre disposizioni per poter vivere serenamente la virtù: 


Sono pudico? Qual è il mio comportamento di fronte alle occasioni di peccato? Mi espongo non essendo necessario? Sono curioso circa questioni riguardanti il sesso? Sono lasso con le mie passioni, manco di mortificazione? Mi concedo licenze che preparano il cuore a scivolare nel peccato? Sono mondano nei miei pensieri, gusti e sguardi? Guardo la televisione quando non è necessario o stando appartato? Uso la televisione, internet cinema ecc. come fuga dalla noia o dalla solitudine? Faccio attenzione a ciò che guardo nei quotidiani, nelle riviste ecc.? Leggo cose mondane, pericolose, che accendono la mia immaginazione?

 

Nel caso in cui sia necessario educare la purezza del cuore, il lavoro deve realizzarsi in vari campi: coltivare il senso del peccato, imparare a dominare la fantasia e gli affetti, purificare la memoria e la fantasia per mezzo della meditazione, dello studio serio ecc.; e anche con un sano ed equilibrato lavoro fisico: pulizia, sport eccetera. E, soprattutto in positivo, bisogna avere un ideale nobile, vivere la vita di grazia, praticare la carità e l’offrirsi per gli altri.

7)    “Beati gli operatori di pace”, che è come dire: “Felici coloro che sono capaci di riconciliare e di seminare la pace nei cuori divisi”. Questa Beatitudine non si rivolge tanto agli “amanti della pace” quanto ai “produttori” di essa. È una delle qualità maggiormente notevoli di un cuore maturo.

Questa capacità suppone la previa pacificazione del proprio cuore. Da qui si inizia: solo quando si abbia pacificato il proprio cuore allora si potrà seminare la pace negli altri cuori. La pace della quale qui parliamo è quella dell’anima con Dio, e anche con se stessi. È effetto della grazia; particolarmente nasce dal fare la volontà di Dio in ogni momento. E lo schivare la volontà di Dio su di noi produce sempre inquietudine, mancanza di calma e lotta interiore. Inoltre [questa Beatitudine] esige l’imparare a tacere molte volte in cui vorremmo parlare, e parlare altre volte in cui vorremmo tacere. Suppone anche l’arte di correggere bene e opportunamente (perché il rimproverare fuori dal tempo opportuno, semina ribellione e discordia), essere pronto a chiedere perdono a chi avessimo offeso, perdonare sempre a coloro che ci offendano, mai parlare male di qualcuno di fronte ad altri e mettere sempre buono spirito (ossia gioia, consolazione e serenità). 

Da questo atteggiamento seguono profitti molto grandi: ci fa “figli di Dio”, come dice il premio attribuito a questa Beatitudine, perché ci fa riprodurre una delle principali opere di Dio: costruire la pace. Ci fa anche assomigliare a Cristo che è venuto a portare la pace tra gli uomini: “Piacque a Dio... per mezzo di Lui riconciliare a Sé tutte le cose, , rappacificando con il Sangue della Sua Croce (…) le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Cfr. Col 1, 20).  Il Messia è chiamato “principe della pace” (Is 9, 5).

Dall’altra parte, coloro che sono privi di questo attributo sogliono essere seminatori di discordia, mormoratori, pettegoli, denigratori del prossimo, spargitori di tensione nelle comunità o nei gruppi ecc.

 

Il cuore si esamina chiedendosi: 

Quando vedo persone distanti o in lite tra di loro, gioisco in qualche modo o cerco di mettere pace tra di loro? Rendo più profonda la ferita, “mettendo più legna sul fuoco”? Sono mormoratore o pettegolo? Sono pronto a chiedere perdono e pronto a darlo quando mi viene chiesto? 

 

E si lavora acquisendo la carità (è più fruttuoso leggere, meditare e lasciarsi guidare come piano di azione dall’Inno alla Carità di 1Cor 13), vigilando sulle proprie parole, sullo spirito che ci anima meditando il perdono, e imparando a perdonare con prontezza. 

8)    Beati i perseguitati a causa di Gesù Cristo”, ossia: “Felici noi se veniamo rifiutati per assomigliare a Gesù Cristo”. Questo ultimo atteggiamento, riassunto di tutti gli altri, implica l’accettare e l’amare la Croce senza “pestare i piedi”; ossia, amare la Croce e sceglierla. Ci unisce a Gesù Cristo, che si è fatto “Vittima” per noi; di fatto, questa Beatitudine si intende correttamente solo quando si cerca la somiglianza con Cristo.
 
Però non deve essere confusa con la persecuzione o i castighi sofferti per aver operato male, o con il rifiuto da parte del prossimo causato dai nostri difetti o dal nostro cattivo spirito. Ci sono molti perseguitati a cui non si applica questa Beatitudine. Di fatto, non si riferisce alle persone che “si sentono perseguitate”, perché quello che “si sente” perseguitato, ordinariamente non lo è; i veri santi perseguitati non esageravano la loro condizione di essere tali.

Al contrario, esige molta gioia: “rallegratevi ed esultate”, dice Gesù; se non c’è gioia, che è come dire pace, conformità con la volontà divina, non si vive questa Beatitudine nemmeno se la persecuzione fosse reale e ingiusta.

Da questa Beatitudine seguono come beni propri: la vera somiglianza con Cristo Crocifisso e la fecondità spirituale, poiché tutta la fecondità apostolica deriva dalla Croce: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a Me”, dice Gesù.

Così risulta chiaro che la mancanza di questa attitudine equivale a vivere la croce con amarezza e con inquietudine e non capire il cristianesimo. Dice san Paolo ai Tessalonicesi parlando delle persecuzioni: “Voi stessi sapete che a questo siamo destinati” (Cfr 1 Tes 3, 3 – 4). Un’altra versione traduce: “Per questo siamo qui”. Non assumendo questo atteggiamento, il cristiano vive amareggiato, perché la croce è inevitabile e vivere in disaccordo con ciò che è inevitabile è vivere controvento.

 

Da qui, consegue che dall’incomprensione di questa verità segua il fuggire da tutto ciò che risulta crocifiggente. Altri reagiscono con abbattimento, lamentele, risentimento, o anche con violenza di fronte alla persecuzione o alla calunnia. I martiri rendevano grazie a Dio quando veniva loro annunciata la persecuzione. L’immaturo, quando ascolta che parlano male di lui, si irrita e si infuria. La mancanza dell’attitudine [di questa Beatitudine] ci fa assomigliare al “cattivo ladrone” che fu crocifisso con Cristo: il suo modo di portare la croce come una maledizione e il modo in cui si caricano della croce coloro che la rifuggono. L’incomprensione di questa Beatitudine suole anche spingere a vivere la vita con amarezza, ad allontanarsi dai piani di Dio, a perdere la perseveranza nella vocazione o la stessa fede. E in alcuni casi può produrre disturbi psicologici a causa del vivere per un tempo prolungato in stato di ribellione interiore. Potrebbe anche far emergere infermità latenti tanto fisiche (insonnia, ipertensione, gastriti, ulcere), quanto psichiche.

Per saggiare il cuore bisogna domandarsi: 

Come considero la croce? Davanti al dolore ingiusto (persecuzione, calunnia, critiche ingiuste, castighi sproporzionati, ecc.), qual è la mia reazione: gioia, conformità con Dio e perdono verso coloro che causano questo dolore?  O, al contrario, pesto i piedi, provo risentimento, mi sento incompreso e disprezzato, ingiustamente rimpiazzato, mi lamento, mormoro dei miei persecutori (anche quando fossero i miei legittimi superiori, i miei genitori, o il mio coniuge...)?

Se dobbiamo coltivare questa attitudine dovremmo tendere a lavorare sul senso del dolore (può essere molto utile la lettura e meditazione dell’opuscolo di don Carlo Gnocchi “Pedagogia del dolore innocente” ), contemplare e meditare l’esempio di Cristo crocifisso e il comportamento di ciascuno dei ladroni, vedendo con quale dei tre si identifica la mia visione del dolore; infine, chiedere molto la conformità alla divina volontà.

   
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   Abbiamo così delineato le linee di base ed elementari di una personalità matura.

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